Sono giorni di aria calda, questi. Sono le dieci di sera e fuori è finalmente buio, ho la finestra spalancata e addosso il vestitino più leggero dell’armadio – la testa che pulsa, un po’, gli occhi pesanti. È un mese che non riesco a uscire di casa senza occhiali da sole, tanto è forte la luce. Ed è un po’ come se fosse tutto a mischiarsi, insieme – questa città e la maniera in cui il sole la cambia, le sue strade e il corso lento del fiume. Il calore eccessivo e i corsi all’uni, le persone. I mesi che sgocciolano al termine e io che resto ferma a guardare.
In questi mesi sivigliani mi sono accorta una volta di più del talento che ho per tenere lontane le persone – una forma di autodifesa, o un’abitudine all’apatia che non riesco a scuotermi di dosso neanche se ci provo. O soltanto bisogno di solitudine, forse.
Di stare sola con il cielo e il fiume.
Mercoledì, in quella solitudine, è arrivato un ragazzo. Era tedesco, il nome non l’ha detto e non ho pensato di chiederlo, parlava spagnolo troppo bene per non essere da queste parti da tempo e aveva in progetto di spostarsi in Portogallo. Non so quando, non ho chiesto neanche quello.
Mi ha chiesto se poteva farmi una foto.
Ed è stupido, davvero. Perché adesso non ricordo neanche la sua faccia, se cerco di ricostruire il suo aspetto mi ritrovo solo una sagoma confusa – jeans e scarpe da ginnastica, una maglietta. Colori distorti dalle lenti scure degli occhiali. Eppure, non riesco a togliermelo dalla testa.
È possibile che sia la questione ‘foto’. L’idea che mi abbia vista, che mi abbia pensata, che la mia immagine sia stata fissata nella sua percezione prima ancora che io sapessi della sua esistenza – che mi abbia guardata e si sia avvicinato. Che abbia voluto fotografarmi.
Cioè, è il narcisismo più puro. Ed è il mio peccato capitale, mio malgrado.
Ma non è solo quello. Perché gli ho detto di sì, ed è stato come trattenere il fiato e tuffarsi: la solita lotta tra il volere e l’agire per una volta si è risolta in armonia, mi sono lasciata andare.
Mi ha fatto qualche scatto, qualche domanda: pensava fossi francese. Mi ha lasciato vedere le foto scattate. Ora vorrei averle guardate meglio, essermi concentrata davvero su cosa vedevo – ma ero ancora convinta che le avrei avute sul mio computer, che avrei potuto studiarle con calma da sola, senza sforzarmi di decifrare qualcosa attraverso il doppio ostacolo degli occhiali e del contrasto di luce.
Vorrei avergli fatto qualche domanda in più, averci parlato, ma non sono mai stata capace di cogliere l’attimo e resta comunque il fatto: ero convinta che l’avrei ancora sentito.
Non so è segno di ingenuità immensa da parte mia o se è solo sfortuna il fatto che queste aspettative siano andate in fumo subito; più passa il tempo, meno mi importa.
(L’imbarazzo c’è, sì, e anche l’irritazione di starci ancora pensando, ma in fondo è stato importante. Ed è questo che conta, credo.)
Comunque la si guardi, è strano pensarci. Che da qualche parte, in un punto imprecisato della distanza tra Siviglia e il Portogallo, c’è un ragazzo tedesco con fotografie di me e del mio fiume: del sole di quella mattina, delle pietre calde del paseo. È surreale e il mio cervello fatica a realizzare: è sempre stato quello il problema, la difficoltà a sentire la mia presenza nella vita degli altri. Nei loro occhi e nella memoria.
(Posso tenerle, vero? ha chiesto, dopo avermi promesso di spedirmele. E io ho detto di sì, perché non potevo spiegare cosa significasse, sapere che le avrebbe tenute. È una vertigine. E un po’ mi odio, per vedere tanto significato nella semplice strategia di un fotografo squattrinato per procurarsi modelle con cui esercitarsi, ma… Ogni cosa ha un significato intimo, personale. E questo per me sarebbe stato importante anche se il tizio in questione non mi fosse piaciuto tanto, e se l’eventualità di incontrare un tizio di mio gusto non fosse tanto spaventosamente rara da sembrare unica…)
In tutto questo: le foto non sono arrivate.
Non credo sinceramente che sia stata mancanza di intenzione, da parte sua – se non altro perché è stato lui a chiedere un contatto per spedirmele e perché abbiamo perso una quantità imbarazzante di tempo a cercare di appuntare la mia e-mail prima sul suo cellulare e poi su un foglio – ma non cambia la perdita.
E non so.
È stupido, ma non riesco a evitare la nostalgia.
In questi mesi sivigliani mi sono accorta una volta di più del talento che ho per tenere lontane le persone – una forma di autodifesa, o un’abitudine all’apatia che non riesco a scuotermi di dosso neanche se ci provo. O soltanto bisogno di solitudine, forse.
Di stare sola con il cielo e il fiume.
Mercoledì, in quella solitudine, è arrivato un ragazzo. Era tedesco, il nome non l’ha detto e non ho pensato di chiederlo, parlava spagnolo troppo bene per non essere da queste parti da tempo e aveva in progetto di spostarsi in Portogallo. Non so quando, non ho chiesto neanche quello.
Mi ha chiesto se poteva farmi una foto.
Ed è stupido, davvero. Perché adesso non ricordo neanche la sua faccia, se cerco di ricostruire il suo aspetto mi ritrovo solo una sagoma confusa – jeans e scarpe da ginnastica, una maglietta. Colori distorti dalle lenti scure degli occhiali. Eppure, non riesco a togliermelo dalla testa.
È possibile che sia la questione ‘foto’. L’idea che mi abbia vista, che mi abbia pensata, che la mia immagine sia stata fissata nella sua percezione prima ancora che io sapessi della sua esistenza – che mi abbia guardata e si sia avvicinato. Che abbia voluto fotografarmi.
Cioè, è il narcisismo più puro. Ed è il mio peccato capitale, mio malgrado.
Ma non è solo quello. Perché gli ho detto di sì, ed è stato come trattenere il fiato e tuffarsi: la solita lotta tra il volere e l’agire per una volta si è risolta in armonia, mi sono lasciata andare.
Mi ha fatto qualche scatto, qualche domanda: pensava fossi francese. Mi ha lasciato vedere le foto scattate. Ora vorrei averle guardate meglio, essermi concentrata davvero su cosa vedevo – ma ero ancora convinta che le avrei avute sul mio computer, che avrei potuto studiarle con calma da sola, senza sforzarmi di decifrare qualcosa attraverso il doppio ostacolo degli occhiali e del contrasto di luce.
Vorrei avergli fatto qualche domanda in più, averci parlato, ma non sono mai stata capace di cogliere l’attimo e resta comunque il fatto: ero convinta che l’avrei ancora sentito.
Non so è segno di ingenuità immensa da parte mia o se è solo sfortuna il fatto che queste aspettative siano andate in fumo subito; più passa il tempo, meno mi importa.
(L’imbarazzo c’è, sì, e anche l’irritazione di starci ancora pensando, ma in fondo è stato importante. Ed è questo che conta, credo.)
Comunque la si guardi, è strano pensarci. Che da qualche parte, in un punto imprecisato della distanza tra Siviglia e il Portogallo, c’è un ragazzo tedesco con fotografie di me e del mio fiume: del sole di quella mattina, delle pietre calde del paseo. È surreale e il mio cervello fatica a realizzare: è sempre stato quello il problema, la difficoltà a sentire la mia presenza nella vita degli altri. Nei loro occhi e nella memoria.
(Posso tenerle, vero? ha chiesto, dopo avermi promesso di spedirmele. E io ho detto di sì, perché non potevo spiegare cosa significasse, sapere che le avrebbe tenute. È una vertigine. E un po’ mi odio, per vedere tanto significato nella semplice strategia di un fotografo squattrinato per procurarsi modelle con cui esercitarsi, ma… Ogni cosa ha un significato intimo, personale. E questo per me sarebbe stato importante anche se il tizio in questione non mi fosse piaciuto tanto, e se l’eventualità di incontrare un tizio di mio gusto non fosse tanto spaventosamente rara da sembrare unica…)
In tutto questo: le foto non sono arrivate.
Non credo sinceramente che sia stata mancanza di intenzione, da parte sua – se non altro perché è stato lui a chiedere un contatto per spedirmele e perché abbiamo perso una quantità imbarazzante di tempo a cercare di appuntare la mia e-mail prima sul suo cellulare e poi su un foglio – ma non cambia la perdita.
E non so.
È stupido, ma non riesco a evitare la nostalgia.
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