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Roh
12 May 2012 @ 10:51 pm
Sono giorni di aria calda, questi. Sono le dieci di sera e fuori è finalmente buio, ho la finestra spalancata e addosso il vestitino più leggero dell’armadio – la testa che pulsa, un po’, gli occhi pesanti. È un mese che non riesco a uscire di casa senza occhiali da sole, tanto è forte la luce. Ed è un po’ come se fosse tutto a mischiarsi, insieme – questa città e la maniera in cui il sole la cambia, le sue strade e il corso lento del fiume. Il calore eccessivo e i corsi all’uni, le persone. I mesi che sgocciolano al termine e io che resto ferma a guardare.

In questi mesi sivigliani mi sono accorta una volta di più del talento che ho per tenere lontane le persone – una forma di autodifesa, o un’abitudine all’apatia che non riesco a scuotermi di dosso neanche se ci provo. O soltanto bisogno di solitudine, forse.
Di stare sola con il cielo e il fiume.

Mercoledì, in quella solitudine, è arrivato un ragazzo. Era tedesco, il nome non l’ha detto e non ho pensato di chiederlo, parlava spagnolo troppo bene per non essere da queste parti da tempo e aveva in progetto di spostarsi in Portogallo. Non so quando, non ho chiesto neanche quello.
Mi ha chiesto se poteva farmi una foto.
Ed è stupido, davvero. Perché adesso non ricordo neanche la sua faccia, se cerco di ricostruire il suo aspetto mi ritrovo solo una sagoma confusa – jeans e scarpe da ginnastica, una maglietta. Colori distorti dalle lenti scure degli occhiali. Eppure, non riesco a togliermelo dalla testa.
È possibile che sia la questione ‘foto’. L’idea che mi abbia vista, che mi abbia pensata, che la mia immagine sia stata fissata nella sua percezione prima ancora che io sapessi della sua esistenza – che mi abbia guardata e si sia avvicinato. Che abbia voluto fotografarmi.
Cioè, è il narcisismo più puro. Ed è il mio peccato capitale, mio malgrado.
Ma non è solo quello. Perché gli ho detto di sì, ed è stato come trattenere il fiato e tuffarsi: la solita lotta tra il volere e l’agire per una volta si è risolta in armonia, mi sono lasciata andare.
Mi ha fatto qualche scatto, qualche domanda: pensava fossi francese. Mi ha lasciato vedere le foto scattate. Ora vorrei averle guardate meglio, essermi concentrata davvero su cosa vedevo – ma ero ancora convinta che le avrei avute sul mio computer, che avrei potuto studiarle con calma da sola, senza sforzarmi di decifrare qualcosa attraverso il doppio ostacolo degli occhiali e del contrasto di luce.
Vorrei avergli fatto qualche domanda in più, averci parlato, ma non sono mai stata capace di cogliere l’attimo e resta comunque il fatto: ero convinta che l’avrei ancora sentito.
Non so è segno di ingenuità immensa da parte mia o se è solo sfortuna il fatto che queste aspettative siano andate in fumo subito; più passa il tempo, meno mi importa.
(L’imbarazzo c’è, sì, e anche l’irritazione di starci ancora pensando, ma in fondo è stato importante. Ed è questo che conta, credo.)

Comunque la si guardi, è strano pensarci. Che da qualche parte, in un punto imprecisato della distanza tra Siviglia e il Portogallo, c’è un ragazzo tedesco con fotografie di me e del mio fiume: del sole di quella mattina, delle pietre calde del paseo. È surreale e il mio cervello fatica a realizzare: è sempre stato quello il problema, la difficoltà a sentire la mia presenza nella vita degli altri. Nei loro occhi e nella memoria.
(Posso tenerle, vero? ha chiesto, dopo avermi promesso di spedirmele. E io ho detto di sì, perché non potevo spiegare cosa significasse, sapere che le avrebbe tenute. È una vertigine. E un po’ mi odio, per vedere tanto significato nella semplice strategia di un fotografo squattrinato per procurarsi modelle con cui esercitarsi, ma… Ogni cosa ha un significato intimo, personale. E questo per me sarebbe stato importante anche se il tizio in questione non mi fosse piaciuto tanto, e se l’eventualità di incontrare un tizio di mio gusto non fosse tanto spaventosamente rara da sembrare unica…)

In tutto questo: le foto non sono arrivate.
Non credo sinceramente che sia stata mancanza di intenzione, da parte sua – se non altro perché è stato lui a chiedere un contatto per spedirmele e perché abbiamo perso una quantità imbarazzante di tempo a cercare di appuntare la mia e-mail prima sul suo cellulare e poi su un foglio – ma non cambia la perdita.
E non so.
È stupido, ma non riesco a evitare la nostalgia.
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Roh
28 March 2012 @ 11:54 pm
Perché è ho appena scoperto che Adrienne Ritch è morta ed è difficile spiegare esattamente perché la notizia mi abbia preso allo stomaco - come sia strano scoprirlo per caso, la stessa sera in cui ho ricominciato davvero a pensare a Controluce, quando ho appena finito di scrivere che forse cercherò di riprendere in mano la storia. Perché lei c'è sempre, in filigrana, le sue parole un monito ineludibile quando penso al coraggio di due donne insieme

Two women sleeping together have more than their sleep to defend

e perché avrei voluto fare un altro post, oggi pomeriggio, questa sera, parlare del vento, del profumo dei fiori d'arancio. Di come seduta al tavolino di un bar chiacchieravo sminuzzando i petali caduti e dopo, a lezione, avevo ancora il loro odore sulla pelle. Tra pollice e indice. Potevo socchiudere gli occhi e c'era il colore bianco, c'era il sole.
Avrei voluto parlare di Octavio Paz, la sua piedra de sol, e l'emozione ancestrale di leggere qualcosa di catartico. Di chiudere la pagina e cercare un altra poesia ma non riuscire a intonarcisi perché ormai già disconnessa.

Invece sono qui. Perché stavo pensando ad altro e ho aggiornato la pagina degli amici, perché il primo post era una poesia in inglese. Perché ho letto il suo nome, prima, ho sorriso.
Poi ho letto la prima riga e il sorriso si è gelato.
E poi ho letto la poesia e mi sono messa a piangere perché è bellissima ed è terribile e so che non ha senso e forse non ne ho neanche il diritto - la conosco troppo poco per sentire il vuoto - ma mi ha fatto effetto lo stesso. E niente.
Se avete tempo, fate un salto a leggerla, la poesia.
Perché è davvero bella. E perché c'è sempre bisogno di cose - parole, persone - che sappiano guardare in faccia il mondo e trasformarlo in bellezza.
 
 
Roh
15 March 2012 @ 09:35 pm
^_______^
Le coincidenze che AMO sono:
Scegliere un esame perché si chiama Literatura Española del siglo XX, e speravi che si studiasse Lorca.
Scoprire che di Lorca non si parla, ma che si studia Cernuda.
Andare alla prima lezione e appuntare nella bibliografia obbligatoria, all’ultimo posto, un certo Ropa de calle di Luis García Montero.
Ignorare l’ultima riga della bibliografia per un mese e mezzo, perché tutta l’attenzione è concentrata sulla parte di metà che vede appunto l’apparizione di Cernuda. *rolls*
Ritrovarsi alla Fnac perché El Giraldillo è uno scherzo di libreria universitaria e dopo un mese e mezzo ancora non è riuscita a procurarmi un cavolo di libro, e Micaela ha detto di averlo trovato senza problemi a la CasaDelLIbro, e io ho pensato che se ce l’avevano a la CasaDelLibro magari ce l’avevano anche alla Fnac, tanto vale provare. (Non ce l’avevano, chiaramente. Ma in realtà non l’ho trovato poi neanche a la CasaDelLIbro. *rolls*)
Studiare i titoli della sezione poesia ripetendo come un mantra: comprerò solo Machado. Comprerò solo Machado.
Notare un nome familiare, depositare a terra i tre chili di borsa, frugare tra gli appunti alla ricerca della bibliografia famosa, accertare che sì: Ropa de calle di Luis García Montero sarà da comprare.
Guardare il prezzo, fare un mezzo calcolo e scendere a pagare.

Sedersi di fronte all’aula 202 e aprire una pagina a caso.
Cominciare a leggere.

Pagina a caso dell’introduzione dice: El cierre es un homenaje a Federico García Lorca y "Poeta en Nueva York".
Verso a caso di una pagina a caso (132, Irene) dell’antologia dice: Pero tiene la luz recuerdos que son nuestros.

Io mi innamoro.

E mentre rimugino esaltata su questo nuovo amore, torna alla mente il ricordo annebbiato di qualche riga letta tre anni fa sul manuale di letteratura spagnola per l’esame dell’Orazi: una coppia di versi su amore/linguaggio, che avevo appuntato sul lj perché era il periodo.
Vado a controllare. È lui.

E quando riprendo in mano il libro, incastrando l’indice tra due pagine a caso, si apre esattamente sulla 228, che riporta il finale di una poesia, due soli versi.

Si el amor, como todo, es cuestión de palabras,
Acercarme a tu cuerpo fue crear un idioma.


Amo.
 
 
Roh
02 February 2012 @ 09:07 pm
È strano in realtà come a volte siano date del tutto svincolate da scansioni predeterminate a suonare come sorta di cesura tra un periodo e l’altro. Oggi è un giorno come un altro, non è l’inizio né la fine di niente, ma è come se tutto stesse convergendo.
Ieri ho finito la prima sessione di esami qui in Spagna ed è stata probabilmente la più pesante della mia vita – tre esami in tre giorni successivi, con solo una settimana di tempo effettiva per prepararli tutti – e mi sono scoperta in grado di gestirli molto meglio di quanto mi aspettassi. Non so ancora come sono andati, ma mi importa meno di quanto importava a Torino – cambiano i parametri e cambiano le mie aspettative, anche, perché per qualche oscura ragione se il massimo è 30 io DEVO prendere 30 e lode, mentre se il massimo è 10 un semplice 9 mi va bene.
È illogico, forse, e forse c’entra il senso di provvisorietà unito a quello di qualcosa di inevitabile – non avere la possibilità di ridarlo, per dire, dover rimandare ogni scelta al rientro. Forse c’entra il fatto che sono esami in spagnolo preparati in una settimana di tempo e non pretendo da me stessa il massimo. Ma mi sembra di essere cresciuta un poco, almeno in questo.

Oggi è anche arrivata quella che sarà la mia nuova coinquilina, Laura. Ed è strano. Perché questi cinque mesi sono passati così velocemente che a volte mi sembra quasi impossibile, e a volte mi sembra che non ci sia mai stato altro. Oggi ridevo con Noemi sapendo che tra una settimana si trasferirà in un altro appartamento; facevo la spesa con Stefania e pensavo che tra due settimane sarà in volo per il ritorno. E domenica arriva l’altra ragazza ancora e sono agitata, sì. Ma meno di quanto lo sarei stata l’anno scorso.

Sono tornata a scrivere Rowan, poi. Ieri pomeriggio. E oggi ho finito il prologo e aperto Siken perché a volte ce n’è bisogno e trovato un titolo e Rowan stesso. Riscoperto la bellezza di Snow and Dirty Rain, l’assoluta perfezione di ogni verso, ogni immagine.
E non so.
C’è qualcosa di strano che si annida in gola nel sentirlo, nel pensarlo. Rendersi conto che è passato il tempo, rendersi conto che sto cambiando io – che c’è distanza tra me e tutto quel che conoscevo sei mesi fa e che al tempo stesso ormai conosco altro.
Che sono qui e Siviglia continua a distendermi i nervi ogni volta che l’attraverso.

E boh.
In realtà tutto questo doveva essere un “Sono viva” e “Spero che stiate bene”, e anche “Stiamo per pubblicare forse”. Running out of lullabies.
Ma come sempre mi è scappata la mano. *rolling-eyes*
 
 
Roh
04 January 2012 @ 12:32 pm
...  
EXTREMELY LOUD&iNCREDIBLY CLOSE

«I spent my life learning to feel less.
Every day I felt less.
Is that growing old? Or is it something worse?
You cannot protect yourself from sadness without protecting yourself from happiness.»

Jonathan Safran Foer


[Perché è dall'inizio di quest'anno e l'inconscio tentativo di stilare un elenco di propositi che mi rigiro l'ultima frase in bocca, e oggi ho aperto il libro per copiarla su Mentre Qualcuno Tace. Ma l'occhio mi è caduto sulle parole che la precedevano ed è un ritratto troppo perfetto.
E niente. Non sarà di buon augurio, forse, ma è un po' troppo monito per ignorarlo.]

(Detto questo, vorrei attirare l'attenzione sull'icona: il mio amore fotografato da Fata.^^ La AMO.^^)
 
 
Roh
15 November 2011 @ 12:05 pm
In realtà non so esattamente perché sto scrivendo. Avrei miliardi di cose da dire - pensieri da mettere in ordine, elaborare - ma il tempo di farlo davvero è mancato fino adesso e sicuramente non è questo il momento più adatto.
Il fatto è che mi mancate, però. Mi mancate come singole persone e come gruppo, anche se in realtà sono solo io a essermi assentata perché, tra l'altro, ho continuato a lurkare come mio solito sia su facebook che qui. E boh, un po' basta, ma in altri momenti prende la nostalgia.
(Sono giorni in cui sono particolarmente nostalgica, questi, in effetti. Sarà il tempo, sarà il cambiamento, sarà che ieri mi mancava da morire la possibilità di stare seduta al tavolo della cucina con la gatta in braccio commentando con i miei tutto quel che sta succedendo in Italia, ma... Mi manca il mondo. *rolling-eyes*)
Quindi, ecco. Ieri ne parlavo con Fata che ha fatto intelligentemente notare che non c'è bisogno assolutamente di un post *geniale*, per far sapere che sono ancora viva, e che insomma. Apro la pagina e scrivo, basta.
E dunque. Ho mezzora di tempo. Approfittiamone.

Le cose qui continuano ad andare bene. Non è perfetto perché non sono perfetta io, perché certi bagagli te li porti dietro e pesano ovunque vai, tagliano le spalle, ma è molto meglio di quanto temevo a marzo, quando ho dato conferma dell'accettazione dell'Erasmus, e... Forse è anche giusto così. Mi sto scoprendo pian piano.
Credo che siano stati due mesi molto introspettivi, questi, per paradossale che possa sembrare.
La gente di solito va in Erasmus per fare festa tutta la notte e conoscere altri, parlare, dialogare. Io cammino per Siviglia e guardo il fiume ed è come guardare dentro di me, sulla superficie.
Sto mettendo in ordine molte cose. Fata dice che sto rimuginando troppo, a volte - quando arrivo da lei con l'ennesima crisi scaturita dall'ennesima riflessione andata male - ma non posso evitarlo. Trovarti solo in una città straniera ti fa prendere coscienza per forza di certe dimensioni nuove, ti insegna a muovertici dentro e, se non riesci a farlo, anche questa è una scoperta in sè. Qualcosa di cui fare tesoro.
Dovrò parlare di tutto questo in maniera più dettagliata, prima o poi. Di come sia arrivata alla conclusione che il mio problema sta tutto nell'idea di maschera - nel percepire il mondo come una recita più o meno spontanea e non saper improvvisare, io, non aver mai imparato a memoria una parte. Non volerla imparare, neanche, se per viltà o per ostinazione questo è ancora da stabilire.
Nel trovare più confortante un certo tipo di solitudine, quella più dolce.
Ho scoperto di trovarmi davvero bene, in quella solitudine.
E al tempo stesso c'è l'esperienza rassicurante di riuscire comunque a interagire con il mondo, di non aver sofferto neanche davvero il cambiamento assoluto dalla mia stanzetta al mondo.
C'è l'inquietudine di fondo - la paura vera, a volte - di vivere un cambiamento assoluto e non sentirlo. Vederlo scorrere sulla pelle senza lasciare traccia, né carezza nè danno.

(We can find no scar,
But internal difference
Where the meanings are.
)

Siviglia è gentile anche con certe scoperte, però. Credo che in qualunque altro posto sarebbe stato più duro, trovarsi da sola, incontrarsi davvero - qui c'è il sole che avvolge le case e scalda la pelle anche in mezzo a novembre, invece. C'è una luce che accarezza, come scriveva Cernuda, e trasforma in magia un qualunque colore. C'è lo scorrere lento e largo del suo fiume e l'odore di acqua che ricorda il mare. Ci sono le colombe che volano bianche contro il cielo, l'azzurro intenso e serenissimo che fa da sfondo alle case, alle palme. Qualcosa di distratto e al tempo stesso accogliente.
E non so. È qualcosa di viscerale, per me, lo è stato fin da subito.
Guardarla, e sentire immediato il bisogno di farlo vedere agli altri. Tutti quelli che amo.
Non mi è successo con le altre città, questo. Granada è un posto a cui devo tornare con Fata, Madrid un posto dove sono stata troppo poco e male, e che avrebbe probabilmente potuto darmi di più. Toledo una parentesi brevissima sulla strada del ritorno e non è molto, come pietra di paragone, vero. Ma nessuna mi ha dato la stessa emozione inspiegabile di Siviglia, la prima sera in cui ho camminato per l'Alameda. Nessuna mi dà l'emozione di tutte le volte che passo per calle San Jacinto, diretta all'università.
È strano.

E ci sarebbero da dire mille cose ancora - parlare di quanto mi mancano i gatti, di quanto questo sia stata un'altra conferma. Parlare di letteratura spagnola, del gusto che sto trovando nello studiare Góngora. Parlare del corso di poesia inglese, più che assurdo, degli assignments del professore e di come anche questo in qualche modo stia servendo.
Parlare di letteratura ispanoamericana (l'ennesima conferma) e di come Huidobro abbia detto, nel suo delirio, qualcosa che ha definito un po' meglio la mia idea di poesia.
E approfondire tutto il resto, anche. Che è solo un abbozzo.
Ma è mezzogiorno e io all'una devo ripartire e insomma. Meglio che chiudo.
*rolling-eyes*
Spero che riprenderò a farmi sentire un po' meglio.
Magari - giusto per *rolls* - anche un po' a usare facebook. *rolling-eyes*
Per ora vi abbraccio fortissimo. E mando un bacio a tutte.^^
A presto.^^
 
 
 
Roh
16 September 2011 @ 04:51 pm
Giusto per salutarvi e ringraziarvi per i commenti all'altro post.^^
Sono arrivata e qui va tutto bene, siamo riuscite a trovare un appartamento e ci siamo trasferite martedì sera, manca solo internet ma ci stiamo lavorando. *rolls* Spero che presto potrò farmi sentire in maniera un po' più stabile - anche perché sono passata solo cinque giorni, sei, ma qui ogni giorno sembra durare un mese e boh. Mi sembra di non sentirvi da una vita.
Spero che stiate tutti bene e che non siano successi casini nel frattempo, cercherò di informarmi appena posso.^^ (Per ora sto scroccando da una connessione non protetta nei dintorni, ma non so quanto durerà....)

E boh. A parte tutto il resto, Siviglia è meravigliosa. Per ora, è praticamente la concretizzazione di quel che cercavo da una città senza neanche saperlo...
Prima o poi spero arriverà anche qualche foto.^^ (Per ora non ne ho ancora fatta *nessuna*, ma sono stati giorni talmente incasinati che mancava proprio la lucidità...)

Un bacione a tutti, a presto.^^
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Roh
08 September 2011 @ 05:48 pm
È la terza volta che inizio questo post, perché in teoria dovrebbe essere un grande annuncio ma ho il sospetto che avrà un impatto decisamente lieve sulla mia presenza sul web, che di regola è sinonimo di lurkare, ma… Domani parto per Siviglia.
E non me ne sono ancora resa conto davvero, credo, quindi per ora ho evitato crisi di ansia esagerate e panico e effetti psicosomatici dello stress (forse), ma che parto è un dato di fatto. *rolling-eyes* Quindi. Ho pensato fosse il caso di dirvelo. *rolling-eyes*
Spero che riuscirò a farmi sentire abbastanza spesso. Che troveremo l’appartamento in fretta e avremo internet e riuscirò a scrivere la Rosa senza nessun problema e a portare avanti anche il resto. Ma se per caso qualcuno mi cercasse e io tardassi a rispondere, probabilmente è per questo.
E boh. Solo questo. Non ho cose molto più intelligenti da dire o grandi riflessioni da fare perché credo che sia il caso di soffermarmi il meno possibile sull’idea, giusto per allontanare la possibilità di accorgermi che sto effettivamente partendo per nove mesi lontano da casa e dalla mia famiglia e dalle mie gatte e che io non sono il tipo di persona che fa certe cose e tutto il resto.
Mi fa anche un po’ strano salutarvi perché in teoria appunto la mia presenza qui non dovrebbe cambiare più di tanto, ma vi abbraccio lo stesso.
*rolling-eyes*
A presto, spero.^^
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Roh
03 September 2011 @ 12:48 pm
Adrienne Rich è una poetessa che ho scoperto da poco - credo di averla vista nominata in qualche articolo sul femminismo mentre scrivevo la tesi, ma non penso di aver avvicinato la sua poesia fino a quando Supernatural non mi ha portato a [info]words_end_here, aprendomi le porte della community.
Lì c'era Siken, e il discorso che lo comprende e che in qualche modo ha ridefinito con più precisione il termine poesia, e c'era lei. L'ho cercata più attivamente di quanto non abbia fatto con lui, coscientemente, e il destino forse ci ha messo meno mano, ma non cambia l'importanza dell'incontro.
Qualche settimana fa, alla Fnac, ho trovato La guida nel labirinto, un'antologia italiana dei suoi ultimi lavori pubblicati. E non sono qui per parlare di quel libro - anche perché la traduttrice ha fatto il possibile, e probabilmente ha ottenuto anche un ottimo risultato, ma qualunque traduzione di una poesia diventa un'altra poesia, e puoi sperare solo che abbia un suo valore intrinseco - ma è quel libro che mi ha portato a questa poesia in particolare, quindi andava citato.
La nominano nell'introduzione, anche se appartiene alla precedente antologia - quella che raccogliere poesie dai volumi più vecchi. Ma sono i versi citati, che mi hanno portato a cercarla immediatamente.
Due donne che dormono
insieme, non hanno solo il loro sonno da difendere.

Perché credo che racchiuda perfettamente l'essenza - almeno per come lo vedo io - dell'omosessualità femminile. Della forza richiesta (nel presente, ma ancora di più nel passato) per muovere il passo fuori dal cerchio e rivendicare uno spazio diverso - uno spazio che si ritaglia all'interno della femminilità stessa, che la definisce e rinsalda, invece di doverla smantellare per ricostruirla a nuovo come accade nel corrispettivo maschile. E niente. Avrei voluto fare un discorso complesso in proposito e seguire passo a passo tutti i temi che la Rich tocca in queste due pagine di versi - la sensualità e l'impotenza, la paura e la rabbia, la violenza del linguaggio che si trasforma in un'arma, in una colpa, in qualcosa che nella tua stessa bocca ti si ritorce contro e che diventa impossibile romanticize again. Il che, per chi di parole vive, è probabilmente la cosa più terribile. Un'altra forma di stupro.
È questo, forse, che più mi ha colpito. Il paragone implicito con la violenza sessuale - come le due cose si fondano, e gli effetti della violenza verbale lasciano lo stesso sporco addosso. La stessa sensazione che sarà impossibile lavarselo di dosso, che ha portato via l'innocenza.
I was mute
Innocent of grammar as the waves
irrhythmically washing

Il che poi in fondo non può non ricollegarsi anche a come il linguaggio sia sempre stato un patrimonio maschile e a come il movimento femminista - esagerando anche, forse, in alcuni casi, come sempre avviene quando c'è bisogno di scuotere le fondamenta - ha cercato di cambiare questa realtà analizzando il linguaggio femminile, e la letteratura femminile, e la traduzione femminile, e tutte le altre sfaccettature di quella questione. Tanto più che Adrienne Rich ha svolto sicuramente un ruolo importante in tutto questo, sia tramite le sue opere che tramite i suoi saggi.
E non so. Forse avrei dovuto aspettare di aver ragionato un po' meglio questo concetto, prima di postare la poesia. Ma rimando da settimane ed è stato soltanto mentre scrivevo questa introduzione che sono riuscita a focalizzare davvero cosa mi avesse scosso così tanto, quindi forse è andata bene così, lo stesso.

Non ho idea se la poesia sarà alla portata di tutti e non ho trovato traduzioni da allegare - di farne una mia neanche a parlarne, impiegherei mesi per un risultato mediocre. Quindi mi limito a lasciarla sotto cut. Se qualcuno fosse interessato a provare.

Edit: La traduzione è disponibile nel primo commento, perché la traduttrice è stata così gentile da fornirla direttamente. Se qualcuno aveva saltato per questo, consiglio assolutamente di andare a leggerla, perché per quanto mi riguarda almeno è una traduzione splendida.^^


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