Home
Roh


Non credo sia normale arrivare alla vigilia di un esame per cui ti stai preparando da quasi due mesi, ormai (che sì, credo di aver cominciato a leggere per la prima volta i libri in questione verso l'inizio di dicembre *rolling-eyes* - e che tra l'altro hai scelto *tu*, da sola, perché l'idea di dare Storia Moderna sullo schiavismo improvvisamente ti faceva venire la nausea e per il programma sul Colonialismo ti toccava rimandare a giugno quando avevi già troppa roba – insomma, una fossa scavata del tutto spontaneamente) solo per ritrovarsi a guardare con nostalgia il malloppone di 500 pagine sulla tratta degli schiavi + tutta_l'età_moderna_in_300_pagine, pensando che forse, non avessero già chiuso il carico didattico, potresti fare ancora in tempo a *cambiare*.
Sinceramente. Credo di stare impazzendo.
Fata neanche ci fa più caso. *rolling-eyes* Credo stia solo trattenendo il fiato nell'attesa che smetto di fare cazzate inutili e masochiste tipo *vedi post precedente*.
Mia madre ogni volta che apro bocca per lamentarmi sogghigna e chiede se l'ho imparata, stavolta, la lezione.
Mio padre e mia sorella hanno perso il conto del fatto che devo *ancora darlo*, sto esame.

In tutto questo casino, solo il gatto si salva.
*rolling-eyes*
Oggi ha passato il pomeriggio a fare le fusa acciambellato contro il mio braccio mentre io rileggevo per la trentacinquesima volta i beni DEA – e non c'è altro da dire: lo amo.
*rolling-eyes*

Comunque.
Domani dovrei passare. Per prima. Alle nove e mezza – dicono – che saranno sicuramente le dieci minimo perché Bravo non sembra essere molto puntuale.
E non so cosa succederà.
Ma ecco.
La sessione esami si chiude sabato. *rolling-eyes* Quindi presumo che, qualunque possibile apocalisse si stia preparando - dato che ormai è evidente che questo esame *mi odia* - non dovrò più pensarci per almeno sei mesi.

Che poi.
Cioè.
*rolling-eyes*
È un esame talmente *facile* e *interessante* che davvero non riesco a capire perché debba avermi tanto in antipatia, davvero. *rolling-eyes* L'avevo messo in questa sessione perché mi sembrava una passeggiata! *rolling-eyes*
Non credo di aver mai studiato così tanto per qualcosa, invece.
Neanche per Ispanoamericano l'anno scorso.
La differenza è che Ispanoamericano alla fine era valsa la pena, perché l'esame era stato meraviglioso e le professoresse pure e io anche, e insomma, l'avevo *amato* anche se mi avevano chiesto tutto il contrario di quel che avevo preparato, mentre questo… Boh.
*rolling-eyes*

Comunque.
Questo post, essenzialmente, è qui per scaramanzia.
E il fatto di *dirlo* mi fa sentire ancora più cretina, ma vabbè.
Facciamo finta di niente.

*rolling-eyes*

(Potrei farci una tag apposta con 'esame di antropologia', ormai, considerati tutti i post con cui vi ho già ammorbato… *rolling-eyes*)

 
 
Current Mood: blah
 
 

Advertisement

 
Roh


Sono stufa.
*rolling-eyes*
Il che non è una grande novità, in effetti, alla vigilia di un esame, ma ecco. Non ricordo di essere mai stata così tanto *nauseata* da un esame che avrebbe la potenzialità di piacermi così tanto.
E boh, è strano come le informazioni mi si fissano in testa.
È più di un mese, ormai, che sto su questi libri, tra una cosa e l'altra, eppure è ancora tutto confuso. Dovrei saperli a memoria - mi ero proposta di saperli a memoria - ma la realtà è che se apro Memoria riciclata al saggio sul Teatro Popolare dagli anni 60 a oggi, mi ritrovo a fissare la pagina sbattendo le ciglia.
Lo so per certo: ho fatto la prova.
Ed ecco: domenica lo sapevo benissimo.
Una settimana fa, meglio ancora.
È come se, man mano che *ripasso*, le nozioni si mescolassero l'una all'altra.

Lo odio.

Odio gli esami seriali, quattro domande e se sai la pappardella a memoria meglio ancora. Odio che le pause necessarie per cercare la parola giusta possano venire scambiate per esitazione - incertezza. Odio non riuscire alla perfezione in qualcosa, e odio il fatto che questa necessità sia imprescindibile anche quando la cosa in questione mi sembra una grande cazzata.

Domani c'è l'appello.
Io potrei passare per trentaduesima.
Oppure, potrei passare per quindicesima - dipende se scelgono l'ordine alfabetico o quello di iscrizione.
E bisogna valutare la presenza della specialistica, anche.
È tutto molto vago.
E io non so bene se ho più l'ansia per il fatto che sto facendo una cosa vagamente illegale, e che se l'assistente è diversa da quella della settimana scorsa forse potrebbe farmi anche storie?, e con lo statino cos'è già che devo fare. O se è per l'esame stesso. Se per il fatto che finalmente - per così dire - sono arrivata al solito stadio in cui non importa il risultato, basta *toglierselo*.
Sono stufa.
Mi sembra di aver passato un mese a fare *niente*: niente di utile, niente di interessante. Che l'Iran svelato era interessante, sì, ma dopo la terza volta che lo leggi comincia a farti sbadigliare - e comunque mancava il tempo di assorbirlo ed elaborarlo.
Perchè stessa cosa dicasi di Segni sul corpo.
E boh. Avrei voglia di scrivere.
È un mese che non scrivo.
Avrei voglia di leggere.
Dormire.
E non è neanche che non ho tempo di fare ste cose, è proprio che non sono nello stato d'animo giusto. Nè per scrivere nè per leggere - nè per dormire decentemente.
E ODIO quando gli esami mi fanno sto scherzo.

Sono stufa.

E l'idea che domani sera probabilmente sarò qui a scrivere che la mia interrogazione è rimandata a mercoledì-giovedì-venerdì-lasettimanaprossima non aumenta la riserva d'energia.

*rolling-eyes*

Comunque, era giusto per dire.
*rolling-eyes*
Lasciamo perdere.
*rolling-eyes*

 
 
Current Mood: nauseated
 
 
Roh
22 January 2010 @ 01:12 pm


Dovrei essere incazzata, credo.
In fondo, ieri sono impazzita per ripassare in un giorno quattro libri e stamattina mi sono svegliata alle sette e ho attraversato la nebbia e il gelo dell'inverno torinese per sentirmi dire che, no, spiacente, ambasciator non porta pena ma quelli della triennale sono rimandati a martedì.
Avrei tutte le buone ragioni per fare un post semi-isterico con minacce e recriminazioni e quant'altro.
Invece, sono felice.
*rolling-eyes*
È come se mi fossi svegliata da una sottospecie di incubo che va avanti da dieci giorni – come se avessi recepito solo *ora* il 30 di Letteratura Inglese, il fatto che sono riuscita a fare quel che volevo, che ho vinto l'ennesima stupidissima sfida che il mio cervello mi propone e che i nervi hanno retto.
Di dare Informatica il 2 a questo punto chiaramente non se ne parla, ma alla fine è un sollievo anche questo. In una settimana non credo sarei riuscita a prepararla bene, e mi sarei trovata probabilmente ad impazzire su sti due libri+dispense soltanto per non presentarmi all'orale.
Nel frattempo, ho tre giorni per riordinare davvero le idee di Antropologia, e magari ottenere un risultato buono non perché i professori regalano i voti – com'era la prospettiva stamattina *rolling-eyes* - ma perché so effettivamente di cosa sto parlando. Senza impazzire.
Insomma. Sembra quasi un miracolo…
*rolling-eyes*
Probabilmente lunedì sera la penserò un po’ diversamente – e la penserò diversamente a giugno quando oltre alle 500 pagine illeggibili di Maravall sul Barroco e i trecento sonetti di Lope, Góngora e Quevedo, e le due lingue e i due lettorati, avrò *anche* Informatica da dare. Ma vabbè. Ci penserò quando verrà il momento.
*rolling-eyes*

A parte questo.
Sono andata in libreria.
*rolling-eyes*
E ora. A parte che sono dieci giorni che aspetto il momento di comprare Midnight's Children – anche se ancora non ho ben chiaro perché mi sia fissata tanto con quel romanzo – e invece ho dovuto accettare il fatto che alla Fnac non avevano neanche un titolo di Rushdie, tra i romanzi in lingua (cosa che, obiettivamente, mi sembra *allucinante*, ma vabbè, spero fosse un caso…). A parte questo, dicevo.
Ho trovato un libro di Malouf.
Non è An Imaginary Life, chiaramente. Sarebbe stato un miracolo troppo miracoloso.
E non è neanche Remembering Babylon – che vale lo stesso discorso.
Ma è *suo*. E anche se il primo racconto per ora non mi ha fulminato come pensavo, trovarlo è stata pur sempre una fortuna insperata.
(Logicamente, giusto per controbilanciare, tra i romanzi in italiano non c'era neanche uno dei suoi titoli tradotti. *rolling-eyes*)
Comunque, mi sono decisa a prendere anche Atonement, di McEwan. Non so precisamente *perchè*, a parte il fatto che la Martinetto ce l'aveva presentato come il romanzo più bello degli ultimi vent'anni, praticamente, più bello del film che tutti mi hanno detto essere meraviglioso. Vedremo.
Anche questo, era in lista da mesi. *rolling-eyes*
Poi ho preso La vida es sueño. Perché ero stanca di guardarlo, rigirarmelo in mano e rimetterlo a posto perché no, dai, non hai tempo di leggerti anche Calderón, ed è inutile sprecare soldi per niente… Insomma, Calderón È il Barocco. E io al Barocco penserò molto, presumo, nei prossimi tre o quattro mesi.
Sulla scia di questa risoluzione, ho comprato anche El capitán Alatriste di Perez-Reverte. *rolling-eyes* Perché c'è Quevedo, ecco. E perché non ho mai letto niente di Reverte in lingua originale. (Il che, in effetti, potrebbe essere un'altra specie di delitto… *rolling-eyes*)
E infine, ho preso Creatura di sabbia, di Tahar Ben Jelloun. Perché ne parlava molto la Concilio nelle Declinazioni dell'Io, insieme a Orlando e insieme a The Twyborn Affair di Patrick White – altro romanzo che dovrò procurarmi – e perché insomma. Devo leggerlo. *rolling-eyes*

Comunque.
Sto post era solo giusto per informare, credo. Non so bene se dello stato dei miei esami o della mia libreria, ma ecco… *rolling-eyes*
Sono viva. Credo.
Nient'altro.

*rolling-eyes*

E ora è meglio che vado a pranzo.

*rolling-eyes*

 
 
Current Mood: surprised
 
 
Roh
15 January 2010 @ 07:08 pm


Waiting for Godot – Second Act



ESTRAGON: In the meantime let us try and converse calmly, since we are incapable of keeping silent.
VLADIMIR: You're right, we're inexhaustible.
ESTRAGON: It's so we won't think.
VLADIMIR: We have that excuse.
ESTRAGON: It's so we won't hear.
VLADIMIR: We have our reasons.
ESTRAGON: All the dead voices.
VLADIMIR: The make a noise like wings.
ESTRAGON: Live leaves.
VLADIMIR: Like sand.
ESTRAGON: Like leaves.
[Silence.]
VLADIMIR: They all speak together.
ESTRAGON: Each one to itself.
[Silence.]
VLADIMIR: Rather they whisper.
ESTRAGON: They rustle.
VLADIMIR: They murmur.
ESTRAGON: They rustle.
[Silence.]
VLADIMIR: What do they say?
ESTRAGON: They talk about their lives.
VLADIMIR: To have lived is not enough for them.
ESTRAGON: They have to talk about it.
VLADIMIR: To be dead is not enough for them.
ESTRAGON: It is not sufficient.
[Silence.]
VLADIMIR: They make a noise like feathers.
ESTRAGON: Like leaves.
VLADIMIR: Like ashes.
ESTRAGON: Like leaves.
[Long silence.]

(...)

(...)

POZZO: [Suddenly furious.] Have you not done tormenting me with your accursed time! It's abominable! When! When! One day, is that not enough for you, one day like any other day, one day he went dumb, one day I went blind, one day we'll go deaf, one day we were born, one day we shall die, the same day, the same second, is that not enough for you? [Calmer.] They give birth astride of a grave, the light gleams an istant, then it's night once more. [He jerks the rope.] On!

(...)

VLADIMIR: Was I sleeping, while the others suffered? Am I sleeping now? Tomorrow, when I wake, or think I do, what shall I say of today? That with Estragon my friend, at this place, until the fall of night, I waited for Godot? That Pozzo passed, withi his carrier, and that he spoke to us? Probably. But in all that what truth will there be? [ESTRAGON, having struggled with his boots in vain, is dozing off again. VLADIMIR stares at him.] He'll know nothing. He'll tell me about the blows he received and I'll give him a carrot. [Pause.] Astride of a grave and a difficult birth. Down in the hole, lingeringly, the grave-digger puts on the forcepts. We have time to grow old. The air is full of our cries. [He listens.] But habit is a great deadener. [He looks again at ESTRAGON.] At me too someone is looking, of me too someone is saying, he is sleeping, he knows nothing, let him sleep on. [Pause.] I can't go on! [Pause.] What have I said?

 
 
Roh
14 January 2010 @ 02:07 pm


C'è qualcosa che mi commuove, nell'idea del Bloomsbury Group. È da quando ho iniziato a studiare Orlando che ci penso – che cerco di immaginare, di capire come sia possibile che qualcosa del genere sia nato nei primi anni del novecento. A ridosso del Vittorianesimo più pesante – subito dopo la condanna a Wilde, quando quasi non si era ancora tratto respiro dalla nebbia che aveva soffocato il diciannovesimo secolo inglese.
Stavo leggendo l'introduzione a Orlando, e si parlava di Vita Sackeville-West – la donna per cui la Woolf scrisse quel romanzo/biografia fantastica, descritto in seguito dal figlio di Vita come 'la lettera d'amore più lunga e affascinante della storia'. Si parlava di suo marito, Harold Nicolson, 'as flamboyantly bisexual as his wife', che cinque anni dopo il matrimonio dovette correre a recuperare la moglie in Francia, dov'era scappata insieme alla sua amante. Si parlava della Woolf stessa, di sua sorella Vanessa e delle sue storie. Di Lytton Strachey, che "had numerous homosexual relationships, although he too settled into a long living-arrangementent, in his case with Dora Carrington, a young woman who adored him, and her husband, Ralph Partridge, whom he adored."

E non è questione degli scandali. Non è interesse morboso verso la vita sessuale di artisti lontani. È proprio il senso di *rivoluzione* che percepisci tra le righe – di rottura con gli schemi costituiti, necessità di scegliere da sé la propria strada senza nascondersi e senza farsi intimidire. Senza lasciarsi più schiacciare dal peso della morale di un potere ottuso e ignorante, talmente sessuofobo da concepire una moda capace di nascondere la gravidanza delle donne il più a lungo possibile – in un periodo storico in cui la procreazione era l'unico scopo della vita.
Oscar Wilde costruisce un intero romanzo sulla schizofrenia dell'epoca vittoriana. Stevenson lo fa germogliare in uno dei racconti dell'orrore più famosi di tutti i tempi – in cui l'orrore è dentro di noi, parte di noi, siamo noi stessi. E fuori, quel che è sano, è ipocrisia soltanto. Segreti su segreti che finché segreti resteranno non faranno danno a nessuno.
Dorian Gray vede il suo ritratto deteriorarsi istante dopo istante – il peccato sporcare la sua bellezza angelica, macchiarlo, corroderlo più della vecchiaia. Ma quali sono i peccati di cui si ricopre? Quegli innominabili atti che oscuravano la sua luce – che costringevano chi lo aveva amato, chi si era lasciato sedurre, a rassegnarsi ad una vita dissoluta?
Non vengono detti.
Ma l'omicidio viene solo dopo.
Prima, si tratta probabilmente di spedizioni notturne nei bassifondi della città. Si tratta di sesso, sicuramente – qualcosa che faceva arrossare le gote delle donne ormai 'perdute' e irrigidire la schiena dei giovani uomini un tempo suoi intimi, che uscivano di fretta dalle stanze in cui lui entrava. Oppio. E l'oblio che portava con sé, per dimenticare il resto.
Se non ci fosse stata quella folle necessità di rettitudine - quel moralismo disgustoso che divideva le donne in angeli mansueti o puttane – Dorian avrebbe avuto bisogno di assaporarlo in quel modo, il senso della vita? Se non ci fosse stato un limite posto troppo vicino, un guinzaglio così soffocante. Se non fosse stato obbligatorio nascondersi. Mentire.
E boh. Tutto questo non ha molto senso, forse, perché Dorian Gray in realtà è molto più di questo – e racconta cose molto più orrende e inquietanti e imperdonabili, vero. Ma a me sembra essenzialmente una vittima, in fondo. Anche un po’ patetico, per certi versi. Ma di un patetismo particolare – che non riesce a diventare davvero tenerezza ma non è neanche imbarazzo. È la tragedia moderna, in fondo. Ed era destinato a quella fine fin da subito.
L'hanno detto, che Wilde in quel romanzo sull'estetismo raccontava l'orrore dell'estetismo stesso. I suoi pericoli, i suoi labirinti, l'equilibrio finissimo che la vita invariabilmente rompe.
La storia di Narciso è tragedia da sempre.
E Dorian è un Narciso moderno – più tragico ancora, e meno pulito.

In fondo, i testi da preparare per l'esame li ho assorbiti in molte maniere distinte.
Jeckyll&Hyde, Dorian e Orlando raccontano la storia del bigottismo occidentale. Raccontano l'Inghilterra e quel che gli Inglesi avrebbero esportato – i loro sordidi peccati, i loro segreti, i loro attimi di genio. I riscatti perduti. Raccontano noi, in fondo – quel che ha formato i nostri animi post-moderni. La scissione dell'Io – la scoperta del multiple dentro di noi. I segreti dell'anima. La nostra multiforme voce.
Orlando che diventa donna è uno sberleffo al maschilismo imperante – alla Storia raccontata dagli uomini, alle donne raccontate dagli uomini, a quel granitico opporsi allo scorrere del reale. È la ribellione di una figlia verso il lavoro di suo padre. Il suo bisogno di ossigeno, e di vita.
(Life, and a lover, cercava Orlando tornata in Inghilterra. Life, and a lover cercheremo, noi con lei, per sempre).

Accanto alla Storia razionale del pensiero – dell'evoluzione – c'è invece l'altro grande polo attrattivo. L'abisso che mi attira allo stesso modo – universale, e unico, e indicibilmente più vertiginoso.
Il frammentarsi dell'Io che si trasforma in un frammentarsi del mondo.
Lo spargersi dei frammenti sul terreno.
Orrore, e specchio infranto – che è lo specchio infranto degli altri, in fondo, anche. Della Regina di Orlando, di Dorian, di Hyde. Lo specchio d'acqua in cui morì Narciso. Lo specchio d'acqua in cui Malouf trasforma Ovidio, per dare da bere al Child – and I am broken again.
The Waste Land racconta di una terra astratta dal tempo, in cui tutti i pellegrinaggi si ritrovano. Waiting for Godot racconta di una strada che potrebbe essere eterna ed in ogni luogo, dove due coppie si parlano senza che nessuna conclusione possa trovare senso. Boesman and Lena racconta del Sudafrica – la foce di un fiume, il fango, la violenza. Lo scolpirsi di una parola - Libertà – e il contemporaneo sgomento di scoprirla sempre aliena.
E Malouf racconta di un altro esilio. Racconta di poesia, delle Metamorfosi che un uomo ci avrebbe consegnato. Racconta dell'autore che scrisse di Narciso – racconta dell'autore che scrisse di Tiresia. Racconta degli albori, ed è una storia che resta sempre la stessa.
Perché Ovidio esiliato tra i Geti è l'uomo bianco fermo sul confine che lui stesso ha tracciato, in attesa dei barbari. È il fucile che avrebbe sterminato i popoli americani, i maori, gli aborigeni. È la poesia che cerca di costruire un ponte – il lasciarsi andare, perdersi, perché non c'è niente di più reale. E siamo noi di fronte alle storie che tutti i giorni ci raccontano, siamo noi in questo mondo fatto di confini troppo mobili e flussi di persone e merci e culture. Siamo noi, ancora così chiusi nel nostro guscio – noi che giorno dopo giorno, anche involontariamente, siamo costretti ad aprirci. Mescolarci.
In un presente infinito.
In una terra desolata che è sempre la stessa, in ogni momento della vita, e che fa paura forse ma che sa anche brillare. Con note in sordina. Con poesie sussurrate appena.
Con le rivoluzioni più belle che nascono dentro l'anima, e dentro le persone.
E che si perdono, spesso.
Che quasi mai si vincono.
Ma che sempre lasciano qualcosa, in fondo.
Sia anche la scrittura dell'angoscia. La cifra del vuoto. O il tentativo disperato – e proprio per questo così coraggioso – di trovare un senso.



(Ed ecco.
*rolling-eyes*
Al solito, ero partita con l'idea di dire semplicemente: "Ehi, com'è possibile che nel 1920 fossero più avanzati di noi, in certe cose?"
A volte, davvero, mi preoccupo per la facilità con cui *mi perdo*.
*rolling-eyes*)


(Comunque, credo che se non do in fretta quest'esame, *esplodo*.)

 
 
Current Mood: contemplative
 
 
Roh
11 January 2010 @ 06:04 pm


Sono in pausa. Ho finito di leggere Dorian Gray – ho studiato metà dell'introduzione a The Waste Land – e ho deciso che potevo permettermi di staccare un quarto d'ora. Giusto per, ecco, far sapere al mondo che sono ancora viva. E comunicare la novità che mi riprometto di dare da giorni.
*rolling-eyes*
Ho un nuovo micino.^^
È arrivato sabato mattina, annunciato da una telefonata inaspettata – e in fondo accadono sempre in questo modo, certe cose: quando smetti di cercarle. Quando ormai ti sei rassegnata.
E anche in effetti quando ne faresti temporaneamente a meno perché hai tremila cose da studiare e un micino nuovo per casa prende tempo, ma vabbè. L'importante è che ci sia.^^
Ha quattro mesi, secondo il veterinario. L'ha trovato la sorella della mia vicina di casa venerdì sera, abbandonato nel presepio della sua chiesa (non commentate *rolling-eyes*) e fortunatamente si è ricordata che noi un mesetto fa cercavamo una micina. (Perché erano tutti convinti che fosse una femmina, chiaramente. *rolling-eyes* Non credo l'abbiano fatto per fregarci: è che ha un musetto talmente *delicato* che sembra davvero una gattina.^^)
Comunque, è arrivato. È più o meno dello stesso colore dei siamesi/balinesi: crema, champagne, mio padre dice *pietra*. *rolling-eyes* Prima o poi arriveranno anche le foto – appena riuscirò a tenerlo contemporaneamente *fermo* e *sveglio*. Ha le orecchie grigio fumo, le zampine delicatamente striate e occhi *azzurrissimi*, che fanno quasi effetto. Credo davvero abbia qualche gene del siamese, anche se il musetto non è scuro ma appena tigrato. E il pelo non è così raso.
È dolcissimo. Affettuosissimo. E terribilmente, atrocemente chiacchierone.
Non sta zitto un attimo.
Se non piange, brontola. Se non brontola, commenta. Se non commenta, mangia o dorme. *rolling-eyes*
Sta anche male, al momento. Interite secondo il veterinario abbastanza grave – non abbiamo ancora capito se è stato abbandonato per questo o se gli è venuta per il freddo/spavento – che oltre a crear problemi a lui (credo sia anche per questo che miagola tanto, in effetti) rende anche abbastanza necessario tenerlo costantemente sotto controllo, perché non può evitare di sporcare in giro. Ma è talmente bello e *tenero* che non importa.^^
Diciamo che ecco, se continua a miagolare così tanto tra qualche mese qualcuno potrebbe decidere di decapitarlo. *rolling-eyes*
E che se diventa tanto pestifero come promette, l'idillio tra lui e mia madre finirà presto. *rolling-eyes*
Ma al momento è qui. Ha gli occhi azzurri.^^ E fa le fusa e si raggomitola e sembra così *felice* di essere con noi che mi viene da piangere all'idea che qualche stronzo possa averlo messo in un presepio per sbarazzarsene. *rolling-eyes*

Tra l'altro, ha anche inquietanti somiglianze con l'altra. Sia estetiche – anche se non saprei dire esattamente in *cosa*, ma è stata la prima cosa che abbiamo notato io e mia madre – sia comportamentali. Quando ieri l'ho visto correre dietro ad una pallina di stagnola con gli stessi identici movimenti, mi è venuto un nodo alla gola.
E in effetti il nodo alla gola l'ho avuto per tutto il primo giorno. Mentre lo tenevo in braccio e lo guardavo rilassarsi – lentamente – addormentarsi, infine. Liberare i muscoli dalla tensione di sentirsi in bilico, di dover difendere il proprio terreno. E non capivo se fosse commozione perché era piccolo, e fragile, e non chiedeva altro, o se fosse tristezza. Nostalgia un po’ acida.
Non abbastanza distante per farsi dolce.
Per dirsi superata.

A parte questo, le mie giornate sono divise tra studio, cura del gatto e studio.
*rolling-eyes*
Ogni tanto, riesco a dare a Fata le battute di Chris o Ash necessarie ad andare avanti con la scrittura di Piume di Boa. Ma per il resto, non sono riuscita neanche ancora a rispondere ai commenti sul Chelsea. Per non parlare di *altro*.
Quindi, ecco. Scusate se sono ancora più assente del solito dai circuiti elettronici.
Avrei anche miliardi di cose da dire *sull'esame* - sia dal punto di vista organizzativo (non sono ancora riuscita ad *iscrivermi* ed è *tra una settimana*!!) che dal punto di vista strettamente contenutistico. Tipo, Dorian Gray. Tipo, Oscar Wilde. Tipo, Orlando. Tipo le donne in Africa e Iran. Tipo, la commozione assurda che mi prende ultimamente quando vedo qualcosa di *bello* che nasce da solo – una scintilla dentro il buio, un istante di speranza che ti fa pensare che non tutto sia così schifoso. Che ci siano vie d'uscita. Possibilità. E che stiano in mano a noi.
Ogni tanto mi convinco addirittura di utopie simili. *rolling-eyes*
E – matematicamente – finisco a piangere. Come una cretina. *rolling-eyes*

Comunque.
La pausa è finita.
Devo tornare da Eliot.
Un bacio a tutti. E a presto.^^

 
 
Current Mood: tired
 
 
Roh
04 January 2010 @ 03:08 pm



Credo sia stato Yeats, il mio primo incontro con il potere evocativo del linguaggio.
Stavo per scrivere 'con la poesia', ma mi sono accorta in tempo che non è vero: prima di lui avevamo letto Tennyson – To follow knowledge like a sinking star - e la Dickinson – the polar privacy of a Finite Infinity - e prima ancora almeno Keats, con le sue Truth and Beauty tautologiche e perfette. Prima di lui, avevo amato già loro.
Ma Yeats è stato la nausea improvvisa di trovare il proprio secolo scolpito tra due versi senza rima. Yeats è stato il sole fuori dalla finestra – brillante, trasparente, ritagliato nell'azzurro – e il fiume al fianco della camminata verso la stazione, e le chiacchiere degli amici intorno mentre quella sensazione continuava ad echeggiare in testa. L'ultimo banco sul fondo dell'aula – era l'ultimo, vero? – e Giulia vicino. La cattedra di spalla al cielo. Una pagina ancora bianca, spoglia dei segni colorati con cui l'avrei studiata qualche settimana dopo, e il silenzio di sedici teste chine a leggere lo stesso incubo.
Turning and turning in the widening gyre…
Non so cos'avrei fatto della mia vita, non fosse stato per la Cella.
Forse sarei finita a studiare Antropologia, come avevo detto all'Albin neanche un anno prima. Forse sarei finita a studiare Lettere, come immaginavo di fare da quando ero entrata al liceo. O Psicologia, insieme a Simo.
Forse non avrei sentito neanche il richiamo dello spagnolo.
Difficile dirlo.
Ma l'incontro con il Modernismo – con la letteratura inglese spiegata dalla Cella, percorsa, illustrata, scandagliata con evidenziatori colorati in pomeriggi gettati sul letto, raccontata a voce sui banchi, discussa nelle interrogazioni – ha segnato una svolta decisa. Angolo retto.
Ed è strano che me ne fossi dimenticata.
Che in questi due anni trascorsi nell'estasi dello spagnolo avessi scordato *quanto* fosse stata forte l'emozione di Yeats, e di Eliot. Quanto siano stati determinanti quei tre anni di letteratura.
These fragments I have shored... )

 
 

Advertisement

 
Roh
31 December 2009 @ 11:04 am


È il 31 di dicembre, e sarebbe tempo di bilanci. Di auguri e buoni propositi e ragionamenti ispirati sulla fine di un ciclo e l'inizio di un altro – e forse qualcosa in più.
In realtà, io è da quando ho aperto gli occhi che non faccio che pensare qualcosa tipo Fuck.
(Chris).
Perché è logico, in fondo, che riesco per qualche strano miracolo a schivare influenze di stagione e pandemie e sventure varie mentre quotidianamente mi mischio alla gente che prende il treno, alla gente che prende l'autobus, alla gente che segue le lezioni di Creus&Concilio, e riesco a uscire la sera con ghiaccio&neve per tornare a casa stando meglio di prima, e poi. Il penultimo giorno dell'anno. Senza aver messo il naso fuori di casa né preso freddo né visto *nessuno*. Mi sveglio con la gola in fiamme.
E poi, l'ultima notte la passo annaspando tra la febbre (credo) il freddo (sicuro) e mal di testa.
E poi l'ultima mattina mi sveglio e neanche ho la forza di *sperare* che mi sia passata, perché la febbre me la sento davvero anche se il termometro dice che è solo 37.4 e i brividi continuano e le ossa sono gelatina e Chris è scazzato.
(Logicamente.)
Non è che avessi chissà che programmi, poi. Voglio dire, non è che mi aspettava un veglione. Non dovevo neanche uscire. La prospettiva era di restarmene tranquilla a casa e rilassarmi e magari evitare l'insonnia, giusto per dare il buon esempio alle successive 364 notti a venire. Scrivere un po’, forse. Insomma, il solito. Il Capodanno meno avventuroso del secolo.
Ma è questione di principio.
È questione che non è giusto. *rolling-eyes*
E che uffa.
Avrei anche altre cose da fare, invece che stare qui a brontolare contro sfiga&salute, ma ora come ora mi viene difficile anche decidere quale libro aprire. *rolling-eyes*


(Che poi boh, credo che questo post non sarebbe neanche nato non avessi aperto l'account di libero per trovare gli auguri di Cinzia. Un'e-mail anche scritta in serie, probabilmente spedita a tutta la rubrica. Ma sono rimasta a fissarla, colpita da una delle mie solite brillanti rivelazioni alla Certo che ne è passato di tempo. Che in realtà si articolava più che altro in Eravamo amiche a otto anni, e adesso lei ne ha quasi ventidue.
Che chiaramente – perché neanche io, nonostante le condizioni fisiche avverse, riesco ad essere *troppo* stordita – si è concretizzata in Ne ho quasi ventidue anche io.
Con tutti i corollari che una simile rivelazione comporta, ecco.
E mi ha fatto effetto.
Nonostante la non_febbre, e i borbottii di Chris. *rolling-eyes*)


(Comunque, in effetti, avrei dovuto aspettarmelo che il 2009 sarebbe finito così.
È la degna conclusione, credo.
Con il suo innato ottimismo, Simo direbbe di confidare nel prossimo. Io, essendo io, mi limito a sperare che domani almeno il mal di testa sia passato.)








(Comunque.
*rolling-eyes*
So che dopo il simpatico e luminoso discorsetto qui riportato sembrerà quasi uno scherzo, ma… Auguri a tutti, ecco. Davvero. *rolling-eyes*
Doppi a Sam.^^ Buon compleanno, tesoro.^^
Spero che passerete tutti una serata stupenda, e che domani l'anno nuovo inizierà al meglio.^^
Un bacio.^^)

Tags:
 
 
Roh
17 December 2009 @ 03:04 pm

Ieri sera ho postato la traduzione (a mio parere orribile) di un testo di Neruda su Francisco Quevedo. Stamattina, quando ho acceso il computer, ho deciso di vedere se riuscivo a rintracciare l'originale spagnolo.
Non l'ho trovato.
In compenso, su un altro sito che conteneva altri frammenti di Neruda, mi sono imbattuta in quattro pagine di Octavio Paz scritte in occasione dell'apertura di una mostra su Pablo Picasso nel museo di Città del Messico. E le ho lette. E sinceramente non so se Kuso le ha già viste, perché credo siano state raccolte in un volume su Picasso edito anche in Italia che potrebbe esserle capitato per le mani, ma non ho potuto fare a meno di provare a tradurle lo stesso. Non tanto per Picasso, che io conosco poco come conosco poco tutta l'arte. Quanto perché è Paz che parla. E Paz è una delle figure più *meravigliose* della cultura ispanoamericana del secolo scorso, e tutto quel che dice è sempre magia.
Breve parentesi in proposito, prima di postare il brano in questione.
Octavio Paz è messicano, poeta e scrittore e premio Nobel e *critico* stupendo perché sa dosare con un equilibrio quasi inquietante la lucidità del saggista con la sensibilità del poeta. Non c'è traccia, nei suoi scritti, degli eccessi lirici che caratterizzano le prose di artisti come Lorca o Neruda: tutto è perfetto e limpido e al tempo stesso bellissimo.
Questo pezzo non fa eccezione. E per questo, dato che quattro pagine sono comunque lunghe e la sezione centrale è costituita da un confronto con Lope de Vega – poeta e drammaturgo barocco che non so quanto può interessare qualcuno che non lo sta studiando per un esame – vi consiglio di leggere almeno la parte posta sotto il secondo cut. Perché è il finale, ed è poetico e io non so *quanto* valga come critica effettiva dell'opera di Picasso perché l'opera di Picasso appunto non la conosco, ma il suo valore astratto – a livello di bellezza – e *concreto* - a livello di espressione del nostro tempo – è stupendo.

(Premessa: l'autore stesso, in una ventina di righe di introduzione che mi sono permessa di saltare perché noiose *rolling-eyes* avverte che quel che segue è semplicemente "ciò che sente e pensa oggi, nel 1983, uno scrittore messicano di fronte all'opera e alla figura di Picasso. Non è un giudizio né un ritratto: è un'impressione."
E lui, a mio parere, nel mettere su carta le sue impressioni mostra tutto il genio di un poeta perfetto.^^)

Picasso: corpo a corpo con la pittura )

paragrafi finali )

 

 
 
Roh
17 December 2009 @ 12:49 am

Avevo scritto tutto un lungo post delirante su Quevedo e gli altri poeti che sto studiando per Letteratura Spagnola – con il solo e unico fine di copiare un sonetto che per qualche strana ragione non riesco a smettere di leggere, da una settimana, senza la minima idea di come fare a far capire *perchè* mi vengono i brividi ogni volta che lo leggo, visto che teoricamente è un sonetto d'amore e che neanche di facile comprensione.
A me, logicamente, i brividi sono venuti per la prima volta quando capirlo ne avevo capito giusto un quarto.
Comunque, il post era lungo e delirante e si interrompeva prima di copiare il sonetto stesso – perché è la mezza e sono stanca e insomma: non sarei riuscita a fare niente.
Ma mentre cercavo la traduzione – orribile – sono incappata in Neruda.
Neruda che dice perché *lui* ama quel sonetto alla follia.
E quindi ho aperto un altro file, e archiviato il delirio per un altro momento.

Pablo sa spiegarsi meglio di me, senz'altro.


Neruda y Quevedo )

 
 
Current Mood: sleepy
 
 
 
Roh
05 December 2009 @ 11:31 am

Sono passati già tre giorni.

Le probabilità che torni sono sempre più scarse.

L'idea, in ogni caso, mi sembra ancora impossibile.

Il pensiero sta fisso in testa nella modalità stupida delle certezze assurde: non la farò mai più giocare, non ascolterò più mia madre parlarle con la voce che usava solo con lei, non sentirò quel nodo di tenerezza che soltanto *lei* di tutti i miliardi di gatti che ho avuto mi portava – perché diciamolo una volta per tutte, non è mai successo che dopo due anni che avevo un gatto per casa mi sciogliessi ancora dicendo "Ma quanto sei *bella*" ogni volta che la vedevo, quando così *bella* da un punto di vista puramente oggettivo non lo era neanche, poi, non davvero. Non vedrò più i suoi occhi cambiare colore, non la rincorrerò più per tutta la casa ridendo, non mi irriterò più con lei nella maniera deliziosa in cui ti fanno irritare i gatti e tutte le cose belle e impudenti. Non sentirò più il suo coraggio. La sua dannatissima e anormale curiosità.

Non saprò mai se prima o poi avrebbe raggiunto le dimensioni di un gatto normale, o se sarebbe rimasta per tutta la vita così. Una miniatura perfetta. Perché in fondo una miniatura perfetta lo è restata. La sua vita, con una probabilità agghiacciante, è già finita.

E mi odio perché nel momento stesso in cui scrivo ste stronzate ho l'assurda convinzione di star facendo uno stupidissimo incantesimo che me la riporterà alla finestra, come per magia, affamata ed eccitata e come sempre incosciente. Perché è così che funziona nella mia testa, le cose che vuoi che si avverino non devi dirle perché è come con i desideri, perdono forza, e questo significa che quel che ti spaventa basta metterlo su carta e stop, esorcizzato, no?, il ragionamento fila. Filava a otto anni, perché dovrebbe incepparsi a ventidue?

Mi odio. Perché in realtà questo post doveva essere una cosa molto clinica e schematica in cui semplicemente *riportavo* i fatti – mercoledì sera alle dieci e mezza ha voluto uscire, mercoledì sera verso mezzanotte io sono andata a letto, giovedì mattina non è venuta a mangiare, giovedì pomeriggio io ancora non avevo la minima ansia, giovedì alle sette di sera ho realizzato che era quasi passata un'intera giornata, giovedì sera sono andata a letto senza vederla, venerdì non si è vista, stamattina mancava ancora.

50 ore di assenza.

Le sto contando come una deficiente.

Perché in realtà non è che siano così importanti – è raro che da me un gatto così domestico stia via più di due giorni per poi tornare sano e salvo. E dico raro per eccesso di ottimismo, che non credo mi sia mai successo prima. Di solito, l'aspettativa e l'ansia durano un paio di giorni. Dopo, ci si arrende. E ci si deve arrendere nel 90% dei casi.

Lei sto scherzo ce l'ha già fatto tre o quattro volte.

Per tre o quattro volte, dopo un giorno e mezzo/due, è tornata.

Non poteva succedere ogni volta.

Non poteva *durare*.

E io vorrei soltanto smettere di piangere, ecco. Smettere di comportarmi come quando avevo dieci anni, di scordarmi che la razionalità ho imparato ad usarla e che è inutile disperarsi perché è arrivata una fine che in realtà ti aspettavi fin dall'inizio, perché dal primo istante in cui l'ho guardata negli occhi sapevo che le possibilità che tutto finisse così erano altissime, e dovrei essere contenta per il fatto che lei almeno è durata due anni, quasi, invece che i sei mesi scarsi della nera. Dovrei essere contenta del fatto che ho avuto – abbiamo avuto – più tempo, e che lei è stata comunque felice. Che ha fatto la cazzo di vita più bella che potesse sperare. E che dal mondo non puoi aspettarti niente più di questo – né lei né io.

Vorrei smettere di sentirmi sto *vuoto*, dentro. Sta sensazione di anestesia che in realtà non anestetizza un cazzo.

Ritirarmi in qualche tana e restare lì finchè ogni molecola di questa storia non sia evaporata. E non dover vedere Robi tra probabilmente neanche un'ora, non dover vedere i miei e mia sorella e il suo ragazzo che la piccola non l'ha mai davvero capita. Vorrei non dover vedere l'altra che mi ricorda ogni singolo istante che mentre lei è qui, la piccola si trova chissà dove. Chissà come. Ed è meglio non pensarci.

Vorrei avere una certezza, almeno. Anche la certezza che non tornerà più, se non fosse chiedere troppo. Potermi mettere il cuore in pace e cominciare ad elaborare il lutto, invece di riempire un file word con idiozie volte ad esorcizzare la paura che non torni davvero.

E vorrei. Boh. Niente.

Non aver tanto *bisogno* di gatti, forse. Poterne fare a meno, per fare a meno anche del periodico addio.

Ma anche questa è una stronzata.

Com'è una stronzata sognare di poter rinunciare all'amore quando una storia finisce male.

(PS – I commenti sono disabilitati perché, sinceramente, vorrei chiudere l'argomento il prima possibile. Sorry.)
Tags:
 
 
Roh
29 November 2009 @ 03:01 pm

«I speak to you, reader, as one who lives in another century, since this is the letter I will never send. It is adressed neither to my wife nor to my lawyer at Rome, nor even to the emperor; but to you, unknown friend, who do not exist at this time of my writing and whose face, whose form even, I cannot image. Can one image the face of a god? For that surely is what you must be at your great distance from us – the god who has begun to stir in our depths, to gather his being out of us, and will, at the other end of the great cycle that has already rocked our world with its quakings, have evolved at last and come into being.

I cast this letter upon the centuries, uncertain in what landscape of unfamiliar objects it may come to light, and with what eyes you will read it. Is Latin still known to you? I bury it deep in the ice, in one of the tumulus graves whose rocks are sealed with ice that never melts and where no one from our Roman world has ever ventured. Only after a thousand years, when the empire has fallen and no longer has the power of silence over us, will this letter come safely to your hands. I am the poet Ovid – born on the cusp between two houses of the zodiac, where the Fishes, tugging in their opposite directions, plunge below the horizon, and the Ram ascends; between two cycles of time, the millenium of the old gods, that shudders to its end, and a new era that will come to its crisis at some far point in the future I can barely conceive of, and where you, reader, sit in a lighted room whose furnishings I do not recognize, or in the late light of a garden whose blooms I do not know, translating this – with what difficulty? – into your own tongue.

Have you heard my name? Ovid? Am I still known? Has some line of my writing escaped the banning of my books from all the libraries and their public burning, my expulsion from the Latin tongue? Has some secret admirer kept one of my poems and so preserved it, or committed it to memory? Do my lines still pass secretely somewhere from mouth to mouth? Has some phrase of mine slipped through as a quotation, unnoticed by the authorities, in another man's poem? Or in a letter? Or in a saying that has become part of a common speech and cannot now be eradicated?

Have I survived?»

David Malouf, An imaginary life. 1978

L'estratto proviene dal romanzo di un autore australiano – David Malouf – incentrato sulla figura di Ovidio. Una sorta di autobiografia non so quanto attendibile storicamente, dal momento che sospetto sia stata utilizzata principalmente come veicolo poetico di certe tematiche essenziali tanto all'autore quanto alla narrativa post-coloniale australiana in genere (o almeno, così ha detto la prof a lezione, mi sembra.)

In sostanza, l'esilio. La sensazione di essere trapiantato in un luogo ostile – un deserto – in cui nessuno parla la tua lingua e in cui tu sei riportato allo stadio di un bambino. Muto. Nella necessità di riapprendere da capo il mondo, attraverso simboli e sensi.

Questo è il tema del primo capitolo, almeno. Questo, quel che immediatamente mi ha attirato.

E questo ciò che ha generato, essenzialmente, due tipologie di problemi.

Il primo nasce dal fatto che, dopo aver letto quel solo primo capitolo, io mi sono irrimediabilmente innamorata della sua prosa. Un colpo di fulmine come non mi capitava dai tempi in cui ho letto, sul libro di letteratura inglese delle superiori, il passaggio sulla Britannia di Memorie di Adriano. E questo mio fulminante innamoramento fa sì che io sia costretta a *procurarmi* il romanzo in questione, perché la Concilio ci ha fornito soltanto le fotocopie di alcuni capitoli. Che non bastano. Chiaro.

Il secondo problema, in ordine di gravità, è che nell'esatto momento in cui ho posato gli occhi sul brano che ho ricopiato mi è scoppiato in mente Cernuda. E non Cernuda in senso generale – ma quella cosa paurosa che è A un poeta futuro. Perché i punti di somiglianza sono troppi. Perché le sovrapposizioni che la mia mente fa sono ancora più inquietanti. E perché io ho in testa A un poeta futuro in maniera praticamente ininterrotta dalla prima volta che l'ho letto – tipo colonna sonora che non mi lascia mai del tutto. E che puntualmente rileggo. E su cui puntualmente mi commuovo.

Ed è un problema, appunto, perché io avrei altre cose da fare, oltre a rileggere in loop brano e poesia e scarabocchiare qualche parola per dar sfogo all'eccitazione e intasare il lj con testi in lingua neanche così facili da seguire.

Perché A un poeta futuro è in spagnolo. Non ho la traduzione. Non so neanche se *tollererei* la traduzione. E quest'impossibilità di far vedere anche a voi *quanto* quell'uomo fosse straordinario mi strazia, in certi momenti.

Comunque.

La poesia la aggiungo lo stesso.

Perché forse un po’ ci riuscirete, a capirla.

Perché devo scriverla, e basta.

E perché Cernuda è Cernuda.

(Il programma di Letteratura Inglese di quest'anno, comunque, mi ha *completamente* conquistata. Almeno finora. E calcolando il fatto che restano da avvicinare soltanto l'opera teatrale di un simil-Beckett sudafricano e The Waste Land, credo che il *finora* sia una precauzione decisamente esagerata.^^)

A UN POETA FUTURO

No conozco a los hombres.
Años llevo
De buscarles y huirles sin remedio.
¿No les comprendo?
¿O acaso les comprendo
Demasiado?
Antes que en estas formas
Evidentes, de brusca carne y hueso,
Súbitamente rotas por un resorte débil
Si alguien apasionado les allega,
Muertos en la leyenda les comprendo
Mejor.
Y regreso de ellos a los vivos,
Fortalecido amigo solitario,
Como quien va del manantial latente
Al río que sin pulso desemboca.

No comprendo a los ríos. Con prisa errante pasan
Desde la fuente al mar, en ocio atareado.
Llenos de su importancia, bien fabril o agrícola;
La fuente, que es promesa, el mar sólo la cumple,
El multiforme mar, incierto y sempiterno.
Como en fuente lejana, en el futuro
Duermen las formas posibles de la vida
En un sueño sin sueños, nulas e inconscientes,
Prontas a reflejar la idea de los dioses.
Y entre los seres que serán un día
Sueñas tu sueño, mi imposible amigo.

No comprendo a los hombres.
Mas algo en mí responde
Que te comprendería, lo mismo que comprendo
Los animales, las hojas y las piedras,
Compañeros de siempre silenciosos y fieles.
Todo es cuestión de tiempo en esta vida,
Un tiempo cuyo ritmo no se acuerda,
Por largo y vasto, al otro pobre ritmo
De nuestro tiempo humano corto y débil.
Si el tiempo de los hombres y el tiempo de los dioses
Fuera uno, esta nota que en mí inaugura el ritmo,
Unida con la tuya se acordaría en cadencia,
No callando sin eco entre el mudo auditorio.

Mas no me cuido de ser desconocido
En medio de estos cuerpos casi contemporáneos,
Vivos de modo diferente al de mi cuerpo
De tierra loca que pugna por ser ala
Y alcanzar aquel muro del espacio
Separando mis años de los tuyos futuros.
Sólo quiero mi brazo sobre otro brazo amigo,
Que otros ojos compartan lo que miran los míos.
Aunque tú no sabrás con cuánto amor hoy busco
Por ese abismo blanco del tiempo venidero
La sombra de tu alma, para aprender de ella
A ordenar mi pasión según nueva medida.

Ahora, cuando me catalogan ya los hombres
Bajo sus clasificaciones y sus fechas,
Disgusto a unos por frío y a los otros por raro,
Y en mi temblor humano hallan reminiscencias
Muertas. Nunca han de comprender que si mi lengua
El mundo cantó un día, fue amor quien la inspiraba.
Yo no podré decirte cuánto llevo luchando
Para que mi palabra no se muera
Silenciosa conmigo, y vaya como un eco
A ti, como tormenta que ha pasado
Y un son vago recuerda por el aire tranquilo.

Tú no conocerás cómo domo mi miedo
Para hacer de mi voz mi valentía,
Dando al olvido inútiles desastres
Que pululan en torno y pisotean
Nuestra vida con estúpido gozo,
La vida que serás y que yo casi he sido.
Porque presiento en este alejamiento humano
Cuan míos habrán de ser los hombres venideros,
Cómo esta soledad será poblada un día.
Aunque sin mí, de camaradas puros a tu imagen.
Si renuncio a la vida es para hallarla luego
Conforme a mi deseo, en tu memoria.

Cuando en hora tardía, aún leyendo
Bajo la lámpara luego me interrumpo
Para escuchar la lluvia, pesada tal borracho
Que orina en la tiniebla helada de la calle,
Algo débil en mí susurra entonces:
Los elementos libres que aprisiona mi cuerpo
¿Fueron sobre la tierra convocados
Por esto sólo? ¿Hay más? Y si lo hay ¿adonde
Hallarlo? No conozco otro mundo si no es éste,
Y sin ti es triste a veces. Ámame con nostalgia,
Como a una sombra, como yo he amado
La verdad del poeta bajo nombres ya idos.

Cuando en días venideros, libre el hombre
Del mundo primitivo a que hemos vuelto
De tiniebla y de horror, lleve el destino
Tu mano hacia el volumen donde yazcan
Olvidados mis versos, y lo abras,
Yo sé que sentirás mi voz llegarte,
No de la letra vieja, mas del fondo
Vivo en tu entraña, con un afán sin nombre
Que tú dominarás.
Escúchame y comprende.
En sus limbos mi alma quizá recuerde algo,
Y entonces en ti mismo mis sueños y deseos
Tendrán razón al fin, y habré vivido.

Luis Cernuda, Como quien espera el alba. 1947
 
 
Roh
23 November 2009 @ 11:45 pm

«Nueve días y nueve noches agonicé en esta desolada quinta simétrica; me arrasaba la fiebre, el odioso Jano bifronte que mira los ocasos y las auroras daba horror a mi ensueño y a mi vigilia. Llegué a abominar de mi cuerpo, llegué a sentir que dos ojos, dos manos, dos pulmones, son tan monstruosos como dos caras. Un irlandés trató de convertirme a la fe de Jesús; me repetía la sentencia de los góim: Todos los caminos llevan a Roma. De noche, mi delirio se alimentaba de esa metáfora: yo sentía que el mundo es un laberinto, de cual era imposible huir, pues todos los caminos, aunque fingieran ir al norte o al sur, iban realmente a Roma, que era también la cárcel cuadrangolar donde agonizaba mi hermano y la quinta de Triste-le-Roy. En esas noches yo juré por el dios que ve con dos caras y por todos los dioses de la fiebre y de los espejos tejer un laberinto en torno del hombre que había encarcelado a mi hermano. Lo he tejido y es firme: los materiales son un heresiólogo muerto, una brújula, una secta del siglo XVIII, una palabra griega, un puñal, los rombos de una pinturería.»



Jorge Luis Borges, Ficciones. De "La muerte y la brújula".



Perchè sono nervosa.

E perché potrei essere l'unica persona al mondo cui Borges fa questo effetto, ma aprire a caso uno qualunque dei suoi racconti e iniziare a leggere mi rilassa. Quasi immancabilmente.

Forse è questione di misura.

Armonia ed equilibrio. Uno spagnolo perfetto.

Forse è questione di soggetti.

Del fatto che parli di labirinti e specchi e déi con due volti, e mescoli tutto creando *altro*.

Forse è questione di linguaggio.

Del fatto che leggo il suo spagnolo come posso leggere una poesia.

Senza sforzarmi di capire.

Senza costringermi a vedere.

Forse, è solo che sono pazza. *rolling-eyes*

O un'intellettualoide snob, nel profondo del cuore, come Stefano sostiene neanche troppo discretamente.

In ogni caso, sono sempre più convinta che la grandezza di un autore si riconosca da quanto le sue pagine *perdano* quando vengono tradotte.

E questo, per qualcuno che teoricamente sta studiando per diventare traduttrice, non è un pensiero particolarmente positivo.

*rolling-eyes*
 
 

Advertisement

 
Roh
21 November 2009 @ 01:00 pm


(Carta a meus filhos sobre os fuzilamentos de Goya)


Lettera ai miei figli sulle Fucilazioni di Goya

Non so, figli miei, che mondo sarà il vostro.
È possibile, tutto è possibile, che sia
quello che desidero per voi. Un mondo semplice,
dove ogni cosa abbia solo la difficoltà che risulta
dal non avere nulla che non sia semplice e naturale.
Un mondo in cui tutto sia permesso,
secondo il vostro gusto, il vostro anelo, il vostro piacere,
il vostro rispetto per gli altri, il rispetto degli altri per voi.
Ed è possibile che non sia questo, non sia nemmeno questo
quello che vi serva per vivere. Tutto è possibile,
anche quando lottiamo, visto che dobbiamo lottare,
per quanto ci sembri la libertà e la giustizia,
o più di ognuna d’esse una fedele
dedizione all’onore di essere vivo.
Un giorno saprete fin troppo bene che l’umanità
non tiene conto del numero di quelli che hanno pensato così,
hanno amato il loro simile per ciò che aveva di unico,
di insolito, di libero, di diverso
e sono stati sacrificati, torturati, bastonati
e consegnati ipocritamente alla giustizia secolare,
perché li liquidasse «con somma pietà e senza spargimento di sangue».
Per esser stati fedeli a un dio, a un pensiero,
a una patria, una speranza, o anche solo
alla fame incontestabile che gli rodeva le viscere,
sono stati sventrati, scorticati, bruciati, asfissiati
e i loro corpi accatastati così anonimamente come avevano vissuto,
o le loro ceneri disperse perché di loro non restasse memoria.
A volte a causa di una razza, altre
a causa di una classe, hanno tutti espiato
gli errori che non avevano commesso o non avevano coscienza
di aver commesso. Ma è anche successo
e succede che non furono uccisi.
Ci sono sempre stati infiniti modi di prevalere,
annichilendo docilmente, delicatamente,
per impervi cammini quali si dice siano quelli di Dio.
Queste fucilazioni, questo eroismo, questo orrore,
è stata una fra le mille cose accadute in Spagna
più di un secolo fa e che per violenza e ingiustizia
offese il cuore di un pittore chiamato Goya,
che aveva un cuore molto grande, pieno di furia
e di amore. Ma questo non è niente, figli miei.
Solo un episodio, un breve episodio,
in questa catena di cui siete (o non sarete) un anello
di ferro e di sudore e sangue e un seme
lungo il mondo che sogno per voi.
Dovete credere che nessun mondo, che niente né nessuno
vale più di una vita o dell’allegria di averla.
E’ questo che più conta – questa allegria.
Dovete credere che la dignità di cui tanto vi parleranno
non è altro che questa allegria che viene
dal sentirsi vivo e sapere che mai una volta
uno sarà meno vivo o soffrirà o morirà
perché uno solo di voi resista un po’ di più
alla morte che è di tutti e verrà.
Sappiate tutto questo serenamente,
senza dar colpa a nessuno, senza terrore, senza ambizione
e soprattutto senza distacco o indifferenza,
ardentemente spero. Tanto sangue,
tanto dolore, tanta angoscia, un giorno
- anche se il tedio di un mondo felice vi perseguita -
non dovrà essere invano. Confesso che
molte volte, pensando all’orrore di tanti secoli
di oppressione e crudeltà, esito un momento
e un’amarezza mi sommerge inconsolabile.
Saranno invano o no? Ma, anche se lo fossero,
chi può resuscitare questi milioni, chi restituire
non solo la vita, ma tutto ciò che gli è stato tolto?
Nessun Giudizio Universale, figli miei, può dare loro
quell’istante che non hanno vissuto, quell’oggetto
di cui non hanno goduto, quel gesto
di amore, che avrebbero fatto «domani».
E, per questo, quel mondo che possiamo creare
ci tocca tenerlo con cura, come cosa
che non è solo nostra, che ci è concessa
per conservarla con rispetto
in memoria del sangue che ci scorre nelle vene,
della nostra carne che è stato altro, dell’amore che
altri non amarono perché gli fu sottratto.

(Jorge de Sena, 1019-1978)

 
 
Roh
19 November 2009 @ 12:06 pm

L'ho fatto leggere a mia madre, questo racconto.

Due settimane fa, quando mi è arrivato a casa il pacco contenente il libro. Quando l'ho letto per la prima volta – due minuti esatti dopo aver inghiottito l'ultima riga.

Sedevo al tavolo della cucina; stavo preparando il mio ormai inevitabile the quotidiano e ingannavo l'attesa con l'inevitabile libro. Era solo il terzo racconto che leggevo.

Non ho potuto fare a meno di intercettarla, quando è entrata in casa di ritorno dal lavoro. Prima ancora che si togliesse il cappotto – prima ancora quasi di chiederle come stava.

"Devi leggere questo," le ho detto. "C'è tutto quel che ti dicevo di Ho paura torero, e c'è tanto di più, e devi dirmi se riesci a *non amare* quel personaggio perché io non ce la faccio, davvero, e mi ha fatto quasi piangere ed è tenerissimo."

Lei si è tolta la giacca e si è seduta di fianco a me, al tavolo.

Mio padre l'ha chiamata dal soggiorno, qualche minuto dopo – mentre io aggiungevo pizzichi di the nero all'acqua bollente e respiravo il profumo di bergamotto e gelsomino – e lei gli ha urlato che arrivava subito, senza distogliere gli occhi dal libro.

Dopo, quando ha finito, mi ha sorriso.

E non ricordo esattamente cosa mi abbia detto – non ricordo cosa le ho detto io – perché quando si tratta di certe immagini perdo il controllo e la commozione sgorga da qualche cuore nascosto, ma stamattina mi sono ritrovata il libro in mano e ho finalmente avuto tempo di proseguire con qualche altro racconto. Ho letto le quattro lettere che compongono la storia che dà il titolo al libro e sono stata sul punto di copiare l'ultima – ma mi sono bloccata.

Sono tornata indietro, ho riletto quest'altro.

E non si tratta di bellezza.

Non si tratta di poesia.

È che il ragazzo di cui parla Senza te la città rappresenta quanto di più bella il mio idealismo possa offrire. Rappresenta tutti i personaggi che sognavo a quindici anni – rappresenta il futuro, in fondo. L'unico futuro possibile per il nostro mondo.

Per una civiltà vera, e non questo teatrino del grottesco.

Questo incubo incatramato e camuffato da Paradiso.

Manca l'impronta di barocco gioioso che più di che tutto contraddistingue lo stile di Lemebel, forse. Mancano i voli di farfalla che animano le sue righe. Ma la poesia è intrinseca in loro. In quei due diciassettenni che sfidano il buio. E che al buio, a loro modo, entrambi soccombono e sopravvivono.

E io, l'ho già detto, amo quell'uomo.


Senza te la città )
 
 
Roh
05 November 2009 @ 03:14 pm

Alla fermata del tram, oggi – mentre tornavo a casa all'una, con l'autunno intorno – è arrivato un pullman che non dovevo prendere. Si è fermato davanti a me, in corrispondenza del finestrino, e i vetri hanno fatto da specchio.

Mi sono vista riflessa, come spesso succede – mi sono guardata, come faccio sempre.

Senza sorridere.

Avevo il giubbotto nero che ho comprato in quinta liceo, e lo zaino azzurro/violetto dell'invicta che sarebbe di mia sorella. Jeans, la sciarpa di Fata. La cuffia di lana in mano.

Non dimostravo più di diciott'anni.

Sono rimasta a studiarmi -  a studiare lo scazzo di Ash sfumato sul mio volto – cercando di capire se davvero negli ultimi quattro anni non è cambiato neanche un lineamento. A cercare tracce di una maturità raggiunta – di una donna, invece che una ragazzina.

Non so cosa contribuisca maggiormente all'effetto.

Se sia l'altezza – il fatto che lo sono, *piccola* - o se si tratta del taglio degli occhi. Della bocca, degli zigomi. Se il fatto che non mi trucco mai.

Se sia altro – qualcosa che non riesco ad afferrare. A definire.

Perché poi l'atteggiamento da bambina non è. Non credo.

E non è neanche esatto dire che ci sia discrepanza tra quello che ho dentro e quello che sembro fuori, perché così non è. Nel modo più assoluto. Perché sento di *essere* quella ragazzina – ha gli occhi giusti, e le giuste labbra. Ha addirittura la giusta *altezza*.

Eppure, che un contrasto ci sia è innegabile.

Altrettanto profondamente evidente.

 

 

 

Ho preso 30, alla fine, comunque.

*rolling-eyes*

11/12 la tesina, 29.9 la media complessiva, 30 l'approssimazione per eccesso.

Keith come al solito non mi permette di dimenticare nessun particolare, quanto a questo.

E probabilmente sarei felice – soddisfatta lo sono, credo – non fosse che mi è piovuta addosso questa strana nostalgia. La malinconia della pioggia che aspetta di cadere, forse. Il grigio del cielo, che fodera la giornata.

La realtà è che sono stanca.

Stanca nel senso che avrei bisogno di dormire per qualche settimana di fila, probabilmente, per recuperare tutto il sonno e smaltire la tensione; e stanca perché è più di una settimana che praticamente non scrivo.

Stanca perché ho un po’ voglia di piangere, e triste non lo sono.

Stanca perché è stanca la ragazzina che mi guarda dallo specchio.

E perché, in fondo, anche concedersi di esserlo – in questa maniera languida, di nostalgia un po’ sonnolenta - è un piacere.

 

 

 

 

(Comunque.

Credo mi stia tornando la voglia di imparare il Portoghese.

*rolling-eyes*

E calcolando tutte le cose che già *devo* fare, ciò è inquietante…

 

A meu favor

Tenho o verde secreto dos teus olhos

Algumas palavras de ódio algumas palavras de amor

O tapete que vai partir para o infinito

Esta noite ou uma noite qualquer

 

A meu favor

As paredes que insultam devagar

Certo refúgio acima do murmúrio

Que da vida corrente teime en vir

O barco escondido pela folhagem

O jardim onde a aventura recomeça.

 

Alexandre O'Neill

A mio favore )


 

Del resto.

Almeno c'è il Surrealismo come costante.

In questo caos di stimoli e suggestioni, è pur sempre qualcosa…

*rolling-eyes*)

 


 

 
 
Roh
04 November 2009 @ 02:00 pm
Sono usciti i risultati di Inglese_scritto.
Qualcosa tipo tre minuti fa.
Il mio punteggio è 17/20.
E non riesco a esprimere il *sollievo* di un tale voto - che copre addirittura l'onnipresente e idiotissima delusione di aver mancato il punteggio pieno. Credo che sia frutto del sollievo di sapere ora *per certo* che non dovrò più tornare su quelle dispense e del sollievo di non aver preso alla fine un punteggio inferiore a quello già rifiutato. *rolling-eyes*
Domani ho l'orale. La dannatissima traduzione + elaborato da discutere.
Ho la nausea anche di quella, ma almeno devo guardarla solo più per poche ore.
*rolling-eyes*

Domani, a quest'ora sarò libera.
Mi sembra un miracolo.
*rolling-eyes*


E boh, avrei mille cose da dire su roba che non riguardi sto pallosissimo esame, ma non credo di avere la mente abbastanza lucida per farlo decentemente. *rolling-eyes*



Solo, ecco.
Giusto per avvertire.
*rolling-eyes*
Dubito che sabato ci sarà l'aggiornamento della Rosa. Che il capitolo è ancora fermo nello stesso stato embrionale di una settimana fa, e fino a domani sera di sicuro non ci potremo mettere mano. *rolling-eyes*
A sto giro è andata così. *rolling-eyes*
Spero che in futuro gli altri esami non richiederanno un tale prosciugamento della mia ispirazione. *rolling-eyes* Finora, non avevano mai influito *così* pesantemente...


Ok.
Chiudo.
In realtà avevo solo bisogno di comunicare il mio 17 a qualcuno. *rolling-eyes*
Mia madre - che sto stressando da giorni - al momento è addormentata...
E Fata - che sto stressando anche peggio - al momento non è disponibile.


*rolling-eyes*

 
 
Current Mood: anxious
 
 
Roh
30 October 2009 @ 07:28 pm


C'è qualcosa, nella mancanza di sonno, che acuisce le sensazioni dei nervi, della pelle. Stanca gli occhi e riempie gli arti di un languore pesante, un po’ infreddolito – fissa lo sguardo in un punto e rende forse più agevole il collegamento tra i pensieri, nella stessa misura in cui impedisce loro ogni via d'accesso alla bocca.

Alle labbra.

Il mondo cambia forma, un poco. Si fa più distante, più sfocato.

Mentre tu resti ferma nel centro, da sola. Senza che nessuno riesca ad accarezzarti davvero.

 

La fragilità sembra vibrare.

E la commozione si annida nella gola, all'angolo degli occhi. Minuscola, domestica, fiera e diminuta.

È molto più difficile mantenere le distanze, in quei momenti. Mantenere le apparenze, gli impegni, gli scudi.

Ricomporre le maschere e fingersi *lucidi*.

 

E capita quindi di leggere un articolo qualunque, su un poeta vecchio più di cent'anni anche se terribilmente *attuale*, e ritrovarsi a trattenere un singhiozzo davanti ad un verso.

Non per la bellezza formale.

Non per l'immagine, o il colore, o la dolcezza.

Non per la perfezione.

Ma per la confessione forse solo immaginata che leggi in quelle poche parole – per la conferma di qualcosa che ti stai ripetendo da settimane, e che continui a cercare di suffragare con altre prove.

Che continui ad aspettare di dover rimangiare.

Ammettere l'inganno, e l'illusione.

 

Tú no conocerás cómo domo mi miedo

Para hacer de mi voz mi valentía.

 

Perché è una fotografia precisa.

Un'ammissione quasi fiera.

Una verità detta a bassa voce – con tono pacato, come se non volesse dire molto, eppure carica di tutta la solitudine e la paura inghiottite.

Tu non saprai mai come domo la mia paura, per fare della mia voce il mio coraggio.

Per essere fedele a me stesso. Per non nascondermi dietro qualche scudo.

Per non cedere di un passo di fronte all'assurdità che avanza. Di fronte alla violenza. Di fronte al disprezzo.

E l'incrinarsi del cristallo – il perdersi della fanciullezza – mentre le pareti di vetro si fanno più rigide. Mentre anche il verso perde la musicalità eterea, dolce, per diventare scarno. Preciso e intransigente.

Con la solitudine come unica compagna di strada.

E troppi tradimenti subiti. Troppi tradimenti presentiti, immaginati.

Delusioni.

 

E forse avessi letto questa stessa frase un altro giorno tutto questo non l'avrei mai scritto.

Forse avrei saputo evitare il flash immediato dei suoi lineamenti fin troppo giovani – quasi femminei – e della fragilità della sua adolescenza. Delle sue prime poesie.

Ma ho una notte di deliri spagnoli a pesare sulle spalle.

Il senso della stanchezza impastato in bocca, come fosse un sapore.

E mancano le barriere per tenere lontane le suggestioni.

Manca quella minima freddezza – quell'obiettività che sto inseguendo come scopo principale. Quella promessa di tenermi lontana da ogni forma di mitizzazione – di elevazione di un uomo ad un mito.

Non so quanto l'abbia già infranta.

Non lo so, perché in fondo è proprio il suo essere uomo che mi affascina.

 

Questo.

E l'apparente incongruenza di poter ricondurre ogni suo errore al disperato tentativo di non sbagliare.


Fragmento de A un poeta futuro )
 
 
Roh
26 October 2009 @ 03:06 pm

Yo fui

Columna ardiente, luna de primavera,

Mar dorato, ojos grandes.

Busqué lo que pensaba;

Pensé, como al amanecer en sueño lánguido,

Lo que pinta el deseo en días adolescentes.

Canté, subí,

Fui luz un día

Arrastrado en la llama.

Como un golpe de viento

Que deshace la sombra,

Caí en lo negro,

En el mundo insaciable.

He sido.

 

Luis Cernuda

Io fui )


Credo sia il riferimento agli 'occhi grandi' a commuovermi più di tutto. Perché davvero, è l'immagine perfetta di lui bambino.

 

(Amore? Vai qui. Non ti fa un effetto pauroso questa poesia unita a quelle immagini?)

 

 

Alberti parla anche di lui, comunque, nell'Albereto perduto.

Non molto, perché non credo si frequentassero davvero.

Ma.

 

 

 

‹‹Durante quella breve permanenza a Siviglia, conobbi i giovani poeti che si raccoglievano intorno alla rivista Mediodía. Entusiasti, eroici, in mezzo all'indifferenza frivola e chiassosa della capitale andalusa. Ricordo ora Collantes de Terán, Rafael Porlán y Merlo, Justo Sierra, Rafael Laffon, Romero Marube… Tutti con l'aria di giovani toreri sivigliani, di cuadrilla poetica, già addestrata nel migliori stile di quell'arena letteraria spagnola, ogni giorno più larga e brillante. C'era anche Adriano del Valle, poeta naufrago dell'ultraismo, trasformato in cultore di splendenti giardini ultrabarocchi.

E Luis Cernuda.

Bruno, magro, finissimo, elegantissimo, accuratissimo. Poche parole ci scambiammo quel giorno. (E pochissime, più tardi, in tanti anni di amicizia). Venni a sapere che abitava nella calle del Aire. Cosa straordinaria per il poeta che era già allora e che sarebbe diventato!

La Imprenta del Sur di Malaga stava per stampare il suo primo libro. Il titolo? Perfil del aire, profilo dell'aria. Nessuno avrebbe saputo fare meglio il proprio autoritratto. Conoscevamo già alcune delle sue poesie. Decime o strofe eptasillabiche d'una rara perfezione di linea. Nitidezza. Trasparenza.

Si volle, all'inizio, mettere in rapporto questa poesia con quella di Jorge Guillén. Ma ben presto i ricercatori di analogie rimasero beffati e delusi. Cernuda aveva aperto gli occhi nella calle del Aire, e il suo canto, ancora rinchiuso e ingabbiato nei fili sottili d'una decima, innalzava nel suo volo fremiti e musica del sud, ed era diverso da quello del poeta castigliano. Cernuda era il cristallo, sempre sul punto di frantumarsi. Guillén il solido marmo, elevato a colonna.

Attraverso quell'aria che si fendeva nell'Aria, il sivigliano doveva uscire un giorno verso il cuore del sogno, incontrandosi con il delicato e melanconico sogno di un altro poeta della sua terra: Gustavo Adolfo Bécquer, e si sarebbe fermato per un certo tempo, lucido abitatore dell'oblio, in quella dimora. Poeta "più andaluso e universale" – come voleva Juan Ramón Jiménez – non vi fu mai a Siviglia. ››

 

E dovrò parlare meglio di questo libro – perché è straordinario rileggere il programma di letteratura spagnola dell'anno scorso nel percorso autobiografico di uno dei suoi protagonisti più originali, ed è straordinario trovare quei personaggi vivi. E le strade, gli ambienti. Gli snodi degli stili e dei pensieri.

 

Ma questi sono giorni volti a Cernuda, e questa pagina mi ha lasciato un groppo in gola. Perché è un ritratto delicatissimo, del ragazzo che era. E perché la definizione che Alberti dà di lui come poeta è stupenda: un cristallo sempre sul punto di frantumarsi.

Fragilità e trasparenza, in una forma tondeggiate.

 

Ieri sera, prima di addormentarmi, riflettevo su quanto diverse siano le anime di questi artisti – cercavo immagini che sapessero rappresentarmeli.

E pensavo che Alberti è come una parete di calce bianchissima, su cui si infrangono i raggi del sole. È un porto di mare, anche quando scrive di angeli. Qualcosa di preciso e libero insieme.

La poesia di Cernuda è un pezzo di vetro addolcito dalla corrente. Con spigoli smussati, asprezze ridotte. Trasparenze cui l'acqua dona colori diversi.

E Lorca è qualcosa di scuro. Di vivo ed urgente – un dolore che ami, un sapore.

Forse la farfalla annegata nell'inchiostro di Poeta en Nueva York. O forse uno qualunque dei volti del suo amore oscuro. Impossibile da definire – impossibile, per ora, almeno per me, da visualizzare.

 

Ed è strano quanto siano differenti, in effetti.

È strano pensare che a loro tre, prima o poi, dovrò aggiungere anche Aleixandre.

E cambiare le formule.

Trovar nuove figure.

 

 

(La percentuale di andalusi tra i poeti di Spagna comunque continua a lasciarmi allibita. *rolling-eyes*)